Il cerianthus e la capacità rigenerativa del cerianthus solitarius

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Il cerianthus e la capacità rigenerativa del cerianthus solitarius.
di Antonello Cau

Il telefono trillò un venerdì di marzo verso le 7,30 di sera, era un amico appassionato di cerianthus che mi chiedeva di accompagnarlo a fare un immersione in una zona ove gli anni passati ne avevo avvistato diversi esemplari; zona in cui andavo volentieri e che mi piaceva rivisitare di tanto in tanto, poichè ciò mi permetteva di controllare il loro sviluppo e la loro crescita.

La mattina ci trovammo nel luogo stabilito, era abbastanza presto, l’aria era ancora molto fredda ma la giornata era quella giusta in considerazione del fatto che i cerianthus non amano acque mosse ma prediligono quelle calme, tranquille e non molto pulite.

Giunti sul luogo iniziammo la vestizione. Tirava una leggera brezza di NordOvest e si sentiva un forte odore di mare caratteristico di certe giornate umide. Ci immergemmo frettolosamente come in preda ad una crisi di astinenza, stato d’animo questo che colpisce i subacquei appena avvistano il mare.

Il cerianthus, per chi non lo conoscesse, è uno fra gli esacoralli più belli del mediterraneo, la sua forma tipica, da alcuni descritta come un fiore, un fuoco d’artificio o come una fontana, ne fa uno fra invertebrati marini più affascinanti. Il suo aspetto articolato non è facile da descrivere e per comprenderne appieno la sua bellezza è necessario averlo ammirato almeno una volta, e’ infatti uno degli organismi più ambiti dagli acquariofili, sia per la sua singolare bellezza, sia per il suo carattere particolarmente adattabile in vasca. Questo celenterato, simile ad un attinia, ha un corpo vermiforme e cilindrico, lungo circa 20-30 cm. che non termina con una ventosa, appannaggio dei suoi parenti più stretti, ma con una strozzatura provvista di un piccolo foro attraverso il quale l’invertebrato può espellere l’acqua.

capacità rigenerativa del cerianthus
Foto di Willy Smith Jacobs

All’estremità superiore, la bocca, sono situate quattro serie concentriche di un numero indefinito (sempre sei o multipli di sei, da qui il nome esacorallo) di sottili tentacoli, i primi, più esterni sono lunghi oltre 20 cm e disposti a corona, mentre i secondi, oltre 150, si trovano al centro e sono molto più corti. Il colore del ciuffo è variabilissimo e spazia dal marrone al bianco sporco, vinaccia, nero, verde fluorescente, viola, con tinte sia uniformi che screziate o inanellate; si può dire che le combinazioni di colori siano talmente variabili da poter trovare raramente un cerianthus uguale ad un altro.

Il cerianthus membranaceus vive all’interno di un rivestimento membranoso non aderente dall’aspetto feltroso che può raggiungere anche un metro di lunghezza. Questo tubo è generato dall’animale stesso ed è costituito da una mistura di cellule altamente specializzate (pticocisti) e di detriti cementati tra loro che solidificano a contatto con l’acqua ed in cui l’invertebrato si rifugia con movimenti contrattili rapidissimi in caso di pericolo o semplicemente per trascorrervi un periodo di quiescenza.

capacità rigenerativa del cerianthus

Molto simile nell’aspetto, tanto da essere spesso confuso con il membranaceus, è il Cerianthus Solitarius; forse non tutti lo sanno ma è anch’esso abbastanza comune nei nostri mari.

Predilige fondali puliti e sabbiosi e non differisce sostanzialmente dal membranaceus se non per il fatto che è più piccolo, il corpo è sicuramente meno grosso ma più allungato ed è privo di quella struttura eretta che è il tubo membranoso esterno, al suo posto è provvisto di una guaina semitrasparente e sicuramente meno visibile rispetto a quella del membranaceus.

I suoi tentacoli, quasi sempre zebrati con riflessi e puntinature fluorescenti (anche se non mancano individui mono e bicolore), risultano molto urticanti non solo nei confronti dei pesci, quanto e soprattutto nei confronti dei suoi consimili membranaceus. Quando infatti in un acquario, solitarius e membranaceus vengono posizionati molto vicini tanto da toccarsi, non è raro notare che è sempre il membranaceus che dimostra segni di insofferenza, ritraendosi per evitare il contatto.

capacità rigenerativa del cerianthus

Qui non parlerò solamente del membranaceus ma al contrario vorrei soffermarmi maggiormente su questo suo stretto cugino, il cerianthus solitarius appunto, senz’altro poco noto e con delle peculiarità proprie; parlerò anche di come questo cerianthus sia riuscito a riprodursi nella mia vasca generando un clone esattamente identico a se stesso senza servirsi della riproduzione sessuata.

L’acqua era ….gelata … , come solitamente accade in quella zona. Sebbene il sole fosse già alto ero ancora mezzo assonnato, ma lo sbalzo termico mi riportò istantaneamente alla realtà, sentivo le labbra ed il petto bruciare a contatto con l’acqua freddissima e, sebbene sia abituato a quelle temperature, ci volle qualche attimo prima che mi riprendessi e che riuscissi a schiarirmi la mente. Iniziammo a scorrazzare qua e la lungo la baia, l’acqua era molto chiara e non vi era pulviscolo in sospensione, il mare era abbastanza calmo dentro il piccolo golfo; continuammo ad allontanarci dalla costa, la sabbia chiara avrebbe facilitato l’avvistamento solo degli individui scuri, celando al contrario quelli più chiari.

capacità rigenerativa del cerianthus

Continuammo così a cercarli per un po’, aguzzando la vista e scrutando il fondo nei minimi particolari, alle volte sembrava proprio di vederli, ma quasi sempre venivano scambiati con ricci, spugne o agglomerati di alghe, ma poi ….. dopo circa una mezz’oretta li avvistammo….

In natura i cerianthus, al contrario dei loro consimili attinie e altri entozoi, non colonizzano mai la zona della fascia di marea, rinvenendosi al contrario in punti a ridosso del moto ondoso, dalla corrente più forte e dalla turbolenza delle onde e mentre il membranaceus trova collocazione in ambienti melmosi al riparo di radici di posidonie, il solitarius è rinvenibile quasi sempre in fondali puliti e sabbiosi. Se ne possono trovare sia in acque basse che in acque più profonde, nel primo caso il cerianthus risulta fortemente infossato nel terreno ed emerge solo con la chioma ben distesa ed in movimento, nel tentativo di catturare prede e per evitare di essere sepolto dai detriti o dalla sabbia portata dalle onde; a profondità maggiori invece, ove il fondo è calmo e non si risente dell’effetto delle onde, il corpo è più visibile ed emerge di almeno una ventina di cm.

Fino a non molti anni fa, la classificazione dei ceriantari fu una questione alquanto controversa, l’ordine si riteneva composto da un’unica famiglia evidentemente assai variabile, oggi la maggioranza concorda sull’esistenza di almeno due famiglie: Ceriantidae e Aracnantidae; distinguere i vari generi avrebbe poca importanza per un acquariofilo, in quanto i ceriantidi hanno grossomodo le medesime esigenze e, se pur queste considerazioni siano per certi versi doverose, non vorrei imboccare un discorso troppo tecnico che assumerebbe un carattere puramente accademico, preferisco invece raccontare quel che di inaspettato accadde in seguito.

Quel giorno ero molto contento, finalmente avevo nella mia vasca la disponibilità di due “solitarius”, e la cosa non era da poco, considerata la difficoltà delle catture e la fragilità di questo organismo.

L’aspetto era quello di due organismi in buono stato, non avevano segni di maltrattamenti, tagli o ferite di alcun genere. Il primo era zebrato con i tentacoli cosparsi di anelli bianchi e neri, mentre i tentacoli più piccoli erano interamente neri, il secondo più grande aveva la prima serie dei tentacoli grandi di colore nero e la seconda serie di colore bianco quasi fosforescente, l’interno era sempre nero. Dopo averli controllati minuziosamente dovevo decidere come e dove sistemarli.

In acquario sarebbe preferibile collocarli su un fondo soffice di almeno una decina di cm ( i miei stanno in molto meno), evitando i substrati taglienti. Ogni esemplare necessita di un ampio spazio intorno a sé, essendo i suoi tentacoli in grado di danneggiare gran parte degli altri invertebrati, madreporari, alcionari, policheti, crostacei, nonché tutti i pesci. Infatti spesso, sul corpo dei malcapitati pinnuti, sono visibili delle striature biancastre simili a frustate che vengono causate dal passaggio ravvicinato e dal contatto del pesce con un loro tentacolo.

Sono organismi sciafili, spesso li si ritrova in grotte al riparo dalla luce, anche se non mancano cerianti che stanno in piena luce. Alcuni di loro sanno essere bizzarri ed hanno delle tendenze caratteriali riguardo alla luce, cosa che può sembrare strana visto che stiamo parlando di organismi molto primitivi, tuttavia se saputi abituare possono essere indotti a modificare le proprie abitudini. Posseggo tre esemplari di membranaceus che, sebbene siano stati presi in acque basse e quindi molto illuminate, in principio erano intolleranti alla luce dei neon, in seguito, dopo diverse fasi e tentativi, sono riuscito ad ambientarli soprattutto alla luce attinica (ironia della sorte) che era quella che li faceva stizzire di più. Anche qui non manca l’eccezione, l’individuo più testardo tende sempre a nascondersi un poco durante le fasi di maggior illuminazione della vasca, si sa non tutte le ciambelle ……

La collocazione in vasca è sicuramente un momento più determinante per il membranaceus che perlopiù resta dove viene collocato a meno di non stare proprio male e per questo che sarà necessario fare più attenzione. Il solitarius invece è un vero è proprio perfezionista, lo si potrà spostare a proprio piacimento quanto si vuole, ma sarà sempre lui a scegliere la collocazione più gradevole, non disdegnando di cambiarla, qualora possano modificarsi le condizioni intorno a se. Sono peraltro in grado di farti letteralmente ammattire comparendo, scomparendo e scorazzando qua e là per la vasca e considerato che sono organismi sedentari, si muovono invece in maniera relativamente disinvolta, il meccanismo è esattamente lo stesso adoperato dall’anemone dorata; aprono al massimo la loro corona e si lasciano trasportare dalla corrente, eventualmente con delle contrazioni sono anche in grado di modificare il percorso, senza considerare poi che hanno anche la peculiarità di sparire letteralmente in 10 cm quadrati di sabbia, cosa impensabile per un membranaceus.

Per l’occasione, ebbi la fortuna di poter disporre di una vasca da 90 litri, con fondo di sabbia finissima. La vasca, è una vasca commerciale, con un unico neon, un piccolo filtro biologico caricato per metà con argilla espansa, una piccolissima pompa necessaria per alimentare il filtro ed un piccolo generatore d’onde a ribaltamento, l’onda prodotta è di pochi cm (3) e percorre la vasca longitudinalmente. Essendo una vasca che avrebbe dovuto ospitare i cerianthus è volutamente priva di movimento d’acqua in profondità. La piccola pompa funge anche da generatore di movimento di superficie, alimenta infatti un tubo che corre centralmente lungo tutta la lunghezza del vetro anteriore, nel tubo è presente una serie di fori da 3 mm che creano dei piccoli getti che spruzzando acqua sulla superficie, creano movimento e che aumentano gli scambi gassosi. Questo sistema, che veniva usato nel dolce una 20 di anni fa, mi permette di adattare organismi di superficie con quelli di profondità che preferiscono acque decisamente più calme, la giusta corrente è un fattore importante per molti esacoralli. Un trucco per chi volesse vedere i nostri Cerianthus con i tentacoli sempre estroflessi oltre a quello di somministrare loro del mangime fortemente sminuzzato, è sicuramente quello di collocarli in punti con pochissima corrente. Non sempre molta corrente e molta luce sono sinonimo di ambiente adeguato, soprattutto quando si parla di mediterraneo e di invertebrati.

Come previsto una volta alloggiati in vasca i due solitarius, sebbene avessero a disposizione tutto lo spazio, cominciarono a migrare per tutto il perimetro dando il tormento ai malcapitati invertebrati vicini di casa. I due giorni successivi pareva fossero più calmi e trovarono entrambi collocazione nella parte sinistra dell’acquario. Avevano rapidamente ricostruito quella sorta di tubo semitrasparente e sottilissimo che al contrario di quello del membranaceus lasciava intravedere completamente al loro interno, disseminandone spezzoni per tutta la vasca. Con mio grande dispiacere entrambi, nonostante avessero il corpo apparentemente intatto, stavano tentando di abbandonare la parte terminale del corpo, questo era facilmente visibile attraverso il tubo semitrasparente che non accennavano minimamente ad infossare, il corpo era disteso su un fianco e la corona appariva con i tentacoli afflosciati, a quel punto sentii che non ce l’avrebbero fatta. La strozzatura finale del corpo di entrambi era molto più accentuata, dopo qualche giorno notai infatti che i due ceriantus l’avevano abbandonata. La parte terminale del corpo, uno spezzone di circa 1,5 cm giaceva li vicino a loro che nel frattempo continuavano a ricostruire freneticamente il sottile strato tubolare.

L’automutilazione è una pratica invalsa in molti organismi marini, non sapevo quanto potesse essere foriera di guarigione nei cerianti, ma mi era già capitato di assistere a quella procedura da parte di molti altri miei ospiti come: stelle marine, aragoste e crostacei in genere. Anche attinie e anemoni sono soliti separare o abbandonare parti del loro corpo quando si trovavano in situazioni di stress, mi è capitato anche di vedere gli spirografi in stress da cattura, che abbandonavano la parte terminale per cacciarla via dal tubo, tant’è che pareva di avere due spirografi uno dentro il tubo con attaccato il ciuffo e l’altro fuori apparso miracolosamente. In quest’ultimo caso era necessario affrettarsi a rimuovere la parte abbandonata in quanto diventava putrescente ed era in condizione di inquinare l’acqua in pochissimi giorni.

Il meccanismo usato dai cerianthus per attuare l’automutilazione era semplice ma efficace; si rotolarono su se stessi mantenendo ferma la parte terminale fintanto che questa non si staccava a causa dei numerosi attorcigliamenti.

Dopo circa una ventina di giorni, la situazione non era mutata di molto, anche se nel complesso i due cerianthus parevano migliorare lentamente, il corpo nella parte terminale precedentemente mutilata si stava rigenerando e assumeva ora una forma tondeggiante ed in seguito riprese a formare la tipica strozzatura e ad assumere la caratteristica forma a siluro.

Trascorse ancora qualche giorno e, con mia grande contentezza, i due solitarius cominciarono a mangiare, il corpo di ambedue appariva ora ben eretto, si era infossato nella sabbia quasi completamente, sparendo e riaffiorando nel corso della giornata. Pareva ce l’avessero proprio fatta, era sorprendente vederli lì, così fieri ora, quando poche settimane prima erano più simili ad un ammasso gelatinoso che ad un essere vivente. Riuscivo solo ora a capire pienamente quanto avevo letto sulla capacità rigenerativa di quest’organismo, su quanto sia delicato sotto certi aspetti ma allo stesso tempo quanta vitalità possa nascondere al suo interno, ma il bello doveva ancora venire, quello che accadde nei giorni successivi ha infatti dell’incredibile.

Il mio amico amante dei ceriantus, mi raccontava di quanto fosse invalsa una pratica spartana nella cattura di questi organismi, pratica che sul momento mi fece rabbrividire, ma che solo in seguito capii come non fosse poi così biologicamente scorretta. Ebbi modo in seguito di trovare scritto in un libro il singolare sistema di cattura.

Generalmente il cerianthus viene catturato scavando nel terreno un solco attorno al corpo fino a raggiungerne la parte terminale, a quel punto si può estrarlo delicatamente, operazione che risulta tutt’altro che facile, considerato che in primo luogo è un operazione che richiede tempo e fatica, considerato sempre che ci si ritrova ad annaspare in mezzo al fango perlomeno a 4 o 5 mt di profondità (di più sarebbe proibitivo anche per i più dotati apneisti), ed in secondo luogo che l’operazione è resa difficilissima a causa del fatto che lo stesso cerianthus, in caso di pericolo o al minimo movimento, si sprofonda dentro al substrato con un movimento quasi fulmineo e a quel punto è ormai impossibile catturarlo.

Il metodo alternativo, che per la sua brutalità viene sconsigliato dallo stesso autore del libro, consisterebbe invece nel sorprendere il cerianthus con il corpo e tentacoli estroflessi al massimo e servendosi di un affilatissimo coltello lo si dovrebbe recidere con un colpo secco più in basso possibile, in modo da non ferire l’animale. Se si è fortunati (o se lo è l’animale) si avrebbe al massimo una lieve ferita ma nella maggior parte dei casi, continua l’autore, dato che l’animale è velocissimo nel rifugiarsi nel suo tubo, esso viene tagliato giusto a metà, ottenendo così solo un animale storpiato e morente, in quanto, avverte l’autore, solo se la ferita è leggera esso può guarirne a patto, tra l’altro, che venga tenuto in mare.

Avevo letto spesso, nella letteratura specifica, circa la delicatezza di questi stupendi organismi e sapevo per esperienza diretta quanto siano delicati e poco tolleranti a particolari condizioni dell’acqua, a tossine o infezioni batteriche, ma quanto, allo stesso tempo, siano in grado di sopravvivere in circostanze estreme, anche privati di una parte del loro corpo. Purtroppo tutta la letteratura che ho avuto modo di studiare, peraltro molto scarsa e di difficile reperimento, non dedica molto all’argomento ed è piuttosto avara di notizie (circostanza confermatami anche dal Prof. Costa autore di Enciclopedia Illustrata degli Invertebrati Marini, cui mi rivolsi nel periodo in cui stavo reperendo materiale scientifico sull’argomento). Riedl, H. Compaan e altri vari autori accennano solo a brevi tratti del grande potere rigenerativo dei cerianthus, molti insistono sulla notevole capacità di cicatrizzazione dei tessuti, sostenendo infatti che questi organismi sono in grado di guarire a gravi ferite attendendo anche per mesi la completa guarigione senza nutrirsi, diminuendo nel frattempo le loro dimensioni. L’autorevole Riedl, nel suo testo, consiglia di tagliare di netto la parte terminale del corpo del cerianthus quando questa risulta danneggiata poiché lo stesso avrebbe la capacità, se lasciato tranquillo in un recipiente di vetro, di rigenerarsi in un paio di settimane. Brevi accenni quindi, quasi lasciando intravedere una strada già percorsa, ma dell’argomento non è rinvenibile alcun’altra notizia più approfondita, ne da parte sua, ne da parte di altri autori. In altri testi egualmente autorevoli (Melone-Picchetti-Paccagnella ed in altre brevi dispense), si insiste invece sulla delicatezza dell’organismo in questione e sulla necessità di avere molta cura nella cattura e si accenna spesso all’inevitabile decesso di questo esacorallo quando ferito gravemente e della possibilità di poter guarire solo se in presenza di ferite lievi. Già queste piccole contraddizioni, rendono palpabile, quanto poco si sappia sull’argomento e quanta quindi sia ancora la strada da percorrere. A quanto pare, nessuno si è mai preso la briga di sperimentare o spiegare sul “come” e sul “quanto” di questa peculiarità, nessuno purtroppo chiarisce esaurientemente fino a che punto questa capacità rigenerativa possa spingersi e vi assicuro che questo potere è sbalorditivo, infatti quanto scoprii in seguito mi lasciò veramente impressionato.

La giornata era pessima, il vento non permetteva alcuna immersione e quindi abbandonai anche questa idea, affacciatomi alla finestra vedevo soltanto le gocce che scorrevano lungo i vetri e il cielo appariva come ovattato e immerso in un mare di nuvole scure, quest’anno ha piovuto parecchio, pensai. Nelle giornate così, l’ideale sarebbe mettersi a fare manutenzione, io non amo molto stare con le mani dentro la vasca, in quanto sono un fautore del “più la lasci stare e meglio è” e non dedico molto tempo a questo genere di cure o forse gli dedico il tempo che occorre. Un acquario è come un microcosmo ed ogni volta che si sposta qualche pietra o si modifica l’ambiente anche impercettibilmente, i suoi organismi ne risentono e del resto lo stesso avviene quando in mare spostiamo qualche pietra o rovesciamo qualche sasso, in questo modo stiamo modificando un ambiente che ha impiegato decenni a stabilizzarsi.. Vinsi comunque la mia proverbiale pigrizia e decisi che quello era il momento adatto per fare le pulizie, non a casa, ma nella vasca piccola che avevo allestito a soli invertebrati, quella in cui dimoravano appunto i due cerianthus e altri coloratissimi “amici”.

Buttai lo sguardo e vidi che sul fondo accanto ai due nuovi cerianthus stazionavano ancora i due monconi; subito mi venne in mente che era necessario rimuoverli al più presto, per evitare che guastassero l’acqua.

La pulizia della vaschetta mi richiese solo pochi minuti, tolsi i diversi tubi semitrasparenti che i due cerianthus avevano disseminato in vasca nel tentativo di trovare una posizione adeguata e tolsi il primo dei due monconi che si era ridotto ad una poltiglia gelatinosa di un paio di cm circa, lo odorai ma stranamente non aveva alcun odore, pensai che era strano, considerato che i due pezzetti erano lì da quasi due settimane. Sul momento non diedi peso al fatto, tuttavia decisi di tenerne almeno uno per constatare quanto sarebbe durato, la decisione mi avrebbe richiesto solo un poco più di attenzione, dovendo restare pronto a rimuovere immediatamente la parte abbandonata ai primi segni di putrefazione.

I giorni successivi tenni sotto stretto controllo il piccolo pezzetto di moncone e mi accorsi che anche lui, come avevano fatto i 2 solitarius più grandi, aveva ricostruito del muco nel tentativo di cementare un nuovo tubo semitrasparente. Qui cominciò a balenarmi un’intuizione.

Una decina di giorni dopo, notai che una delle due parti terminali del moncone si era ingrossato, mi misi allora ad osservarlo con una lente e scoprii una cosa veramente stupefacente; la parte più grossa terminava con dei piccolissimi peduncoli, come un abbozzo di tentacoli.

Guardai e riguardai il moncone per sincerarmi della scoperta e per assicurarmi di non essere in preda ad un facile entusiasmo, ma quello che vedevo confermava proprio il mio sospetto, dal moncone sembrava stesse nascendo ………. un altro cerianthus.

Nella settimana successiva notai come il piccolo moncone tentava di infossarsi e di ricostruire sempre più il muco attorno al suo corpo.

Intanto parte dei tentacoli crescevano più di altri.

Lo sviluppo era comunque tutto sommato veloce, sebbene “l’essere” non accettasse in alcun modo del cibo, probabilmente non aveva nemmeno un apparato digerente.

Da un analisi con la lente d’ingrandimento era evidente come i tentacoli ricrescessero in maniera irregolare, alcuni più corti e altri più lunghi, probabilmente i più lunghi erano quelli che spuntarono per primi.

In seguito la crescita continuò regolare, nel frattempo anche il corpo, che ormai non era più un moncone, assumeva sempre di più una forma ben definita e assomigliava ormai ad un piccolo cerianthus, sicuramente figlio di quello bianco e nero che gli stava più vicino.

A questo punto sono necessarie una serie di considerazioni e di curiosità di ordine biologico che mi hanno aiutato a capire il meccanismo di quanto stava avvenendo. Dati empirici e sperimentali sulla riproduzione dei cnidari dimostrano come essa sia più variabile di quanto si pensava in passato e di come sia risultato debole il confine tra riproduzione sessuata e asessuata.

Com’è noto gli antozoi, sono in parte a sessi separati ed in parte ermafroditi. Negli ovipari come i cerianthus le uova vengono espulse direttamente e dall’uovo fecondato hanno origine perlopiù planule completamente ciliate che vivono nel plancton per circa una settimana. In particolare nel cerianthus, che è una specie ovipara ed ermafrodita proterandra, non esiste dimorfismo sessuale e egli individui nascono maschi per poi diventare femmine con l’età.

Dal materiale che ebbi modo di esaminare risultò che, sebbene la riproduzione sessuata possa solitamente originare dall’incontro di cellule provenienti da individui diversi, essendo i cerianti ermafroditi, la riproduzione sessuata poteva avvenire anche mediante l’incontro di cellule originate dal medesimo individuo. Questo spiegherebbe quanto è capitato nelle mie vasche, ove sperma e uova sono stati emessi anche dal medesimo cerianthus.

Il ciclo riproduttivo continua e si conclude con la nascita della larva Ceriantula, una forma provvista di tentacoli che vive anch’essa a lungo nel plancton, poi la larva, dopo essersi fissata al substrato, si metamorfa nell’animale adulto.

Accanto alla riproduzione sessuata è però molto diffusa, soprattutto in acquario, la riproduzione asessuata, che nei cnidari può avvenire tramite gemmazione, lacerazione del disco pedale o, più raramente, tramite scissione trasversale o longitudinale del polipo. E’ confermato come la scissione trasversale (“strobilation” dove un polipo produce un polipo) avvenga in almeno quattro ordini di antozoi: Cerfontaine (1909) lo documentò appunto in un cerianthus, Cairns (1988) nella scleractinians solitaria, Soong. (1999) lo descrisse nello zoantide Sphenopus marsupialis e molti altri ancora furono gli esperimenti condotti in tal senso. Pare comunque che tale scissione avvenga spesso in circostanze insolite, Schmidt (1970) lo documentò in cattività, sotto condizioni di salinità bassa, Cerfontaine (1909) raccontò come la divisione spontanea nel Cerianthus oligopodus sia avvenuta in animali in cattività che non erano stati curati.

E’ stato altresì dimostrato come la riproduzione asessuata sia anche frutto di una sorta di contagio fra cnidari ; A. Schmidt , (1970, p. 245) parla di come “il processo di scissione possa diffondersi come un infezione”. Si racconta infatti di un esperimento condotto da Julian Sprung (un acquariofilo autore di diverse pubblicazioni sugli acquari domestici) secondo il quale, in un acquario in cui erano presenti diversi anemoni appartenenti ad una specie che solitamente non pratica la scissione trasversale, fu introdotto un solo anemone di una specie che invece attua frequentemente la scissione trasversale, il risultato fu che aumentò notevolmente la percentuale delle scissione di quegli anemoni appartenenti alla prima specie e tale contagio fu imputato all’emissione di segnali chimici dell’anemone che attuava la scissione. Questo condurrebbe a ritenere come la fase sessuale nei cnidari non sia ne predominante, ne la regola, i dati empirici e sperimentali dimostrano infatti come nella vita di questi organismi la riproduzione sessuale e asessuale possano alternarsi attraversando diverse fasi, tanto che qualcuno (Budd 1990) è portato a ritenere che una distinzione tra riproduzione sessuata e asessuata nella la biologia dei cnidari non sia così importante, i numerosissimi esperimenti hanno infatti dimostrato come sia poi labile il confine tra le due vie e infine come non sia praticamente possibile determinare se un organismo sia stato originato attraverso una fase o l’altra in quanto i nuovi esemplari nati, in entrambi i casi, risultano esattamente identici alla loro madre.

Da parte mia, ritenevo necessario soffermarmi su questi aspetti empirici perché potevano portarmi ad una spiegazione circa la nascita asessuata del mio piccolo solitarius. Come ebbi modo di comprendere, questo tipo di riproduzione solitamente è poco noto e viene spesso tralasciato dagli acquariofili, che a seguito di strani ritrovamenti nei loro acquari, imputano queste nuove nascite, sempre e solamente ad una riproduzione di tipo sessuale, circostanza che in cattività, come abbiamo visto risulta più improbabile. Da quanto avevo osservato nelle mie vasche, la fase sessuata non si era mai risolta con la nascita di cerianthus, probabilmente a causa del fatto che in una vasca mista, le uova sono facile preda di appostamenti dei pesci ed anche perché, come abbiamo visto, le larve sopravvivono in un ambiente ricco di plancton, che invece scarseggia in un acquario.

Continuando ad analizzare il materiale che avevo reperito mi soffermai su uno studio condotto da Hoeksema (1989, p. 20) il quale finalmente mi permise di capire quanto era accaduto nel mio acquario. Questo studio rivelava come il discorso della riproduzione asessuata conduca inevitabilmente al discorso sui processi rigenerativi e come il fenomeno della rigenerazione dei tessuti e della riproduzione interagiscano tra loro e di quanto siano strettamente collegati, lo stesso Hoeksema affermava in sintesi che “la riproduzione asessuata era sempre il risultato del processo di rigenerazione dei tessuti”.

Finalmente avevo fatto chiarezza, in pratica il ceriantus si era involontariamente riprodotto come conseguenza naturale di un processo di guarigione e questa conseguenza era tutt’altro che casuale, infatti i risultati empirici dimostravano che quest’ultima prassi poteva ripetersi ogni qual volta si attuassero le circostanze adatte.

Continuai così ad osservare i vari progressi del nuovo nato, che appariva come un clone esattamente identico al proprio genitore.
Dopo 20 gg, il corpo risultava più eretto e tentava di infossarsi sempre più nella sabbia.

Continuai a fotografare le varie fasi della crescita settimana dopo settimana.

Il “piccolo” ormai quasi del tutto formato, dopo circa un mese non accettava ancora cibo e non c’era verso di alimentarlo, probabilmente riusciva a trarre il sostentamento dai micro-organismi presenti nell’acqua.

Nonostante fosse quasi formato le sue misure erano veramente esigue, all’incirca un cm.

Dopo 60 giorni il piccolo clone risultava ormai un ceriantus completamente formato e stazionava riparandosi proprio sotto la corona del genitore che nei momenti di massima estensione lo sovrastava completamente.

Telefonai così al mio amico, che nel frattempo avevo tenuto al corrente su quanto era accaduto, per raccontargli gli ultimi dettagli; nel corso del discorso lui mi raccontò che, memore di quanto gli dissi in precedenza a seguito di un evento analogo, aveva preferito questa volta tenere in vasca un cerianthus solitarius che, a giudicare da come mi spiegava, doveva essere ridotto proprio male; infatti risultava costituito solo da una parte, quella superiore, l’altra era rimasta probabilmente in mare durante una cruenta cattura, il fatto peggiore era che lo stesso non risultava nemmeno tagliato di netto ma al contrario proprio strappato a circa metà del corpo, lui stesso lo aveva sistemato in vasca molto dubbioso sulla sua guarigione e, sebbene sia un abile chirurgo di professione, non lo toccò minimamente, lasciando che la natura facesse il suo corso. Infatti confermando i nostri sospetti, dopo la solita fase di quiescenza in cui assomigliava più ad una poltiglia di sostanza animale che ad organismo vivo, il cerianthus si riprese, ricostruendo e sanando completamente la parte mancante, un ulteriore conferma del forte potere rigenerativo di questo organismo che avvalorava quanto avevo letto e visto accadere nella mia vasca .

Sulla scia della nascita del piccolo cerianthus e di un ulteriore colpo di fortuna, tentai di ripetere l’esperimento con un altro solitarius che giunse nella mia vasca. Da un prima osservazione mi accori che versava in condizioni pessime, doveva aver sofferto parecchio e forse non era venuto via al primo tentativo; il corpo era visibilmente allungato, quasi privo della corona dei tentacoli. Doveva essere stata una bella battaglia pensai. Lo distesi su un fianco e aspettai. Nei giorni successivi, si verificò puntualmente quanto era avvenuto nel primo esperimento; il ceriantus arrotolandosi su se stesso si divise in due monconi e nei giorni che seguirono le due parti ridussero sensibilmente le loro dimensioni.

I giorni successivi le due parti cominciarono a cicatrizzarsi e il pezzo più piccolo iniziò ad ingrossarsi nella parte lacerata.

I due monconi erano distanti poco più di un palmo uno dall’altro ma non riuscivo a capire come mai si spostassero in continuazione, infatti, sebbene li posizionassi in determinate zone della vasca, li ritrovavo puntualmente sparpagliati qua e la sul fondo.

Sapevo per esperienza che in questo “status” i “quasi” cerianthus non sono in grado di muoversi ne di effettuare alcunché, diciamo che procedono per inerzia in una sorta di vita vegetativa, quindi non capivo proprio la causa dei loro movimenti, tanto più che, come ho detto, in questa vasca esiste pochissima corrente che non poteva quindi nemmeno esserne la causa.

Uno dei giorni seguenti, mentre passavo nella stanza ove era presente l’acquario, notai che in vasca qualcosa era cambiato, a prima vista sembrava tutto regolare, ma controllando bene notai che era letteralmente sparito uno dei due monconi. Il fatto inaspettato mi lasciò molto deluso, sembrava che tutto procedesse nel verso giusto ma questo evento mi aveva proprio spiazzato. Provai a cercarlo sul fondo, spostai qualche roccia, ma … nulla era sparito lasciando da sola l’altra parte, quella più grande con il ciuffo quasi rattrappito.

Neanche una settimana dopo accadde ciò che purtroppo pose fine a questo secondo test, sfortunatamente sparì anche il secondo ed ultimo moncone. Un vero peccato, perchè questo esperimento mi avrebbe permesso di avvalorare quanto avevo ormai osservato diverse volte, riconfermando il forte potere di recupero e di ricrescita del solitarius che, se posto in condizioni favorevoli di tranquillità e acqua ottima avrebbe completamente rigenerato la parte mancante dando alla luce un secondo ceriantuhs; anche se in realtà (e in parte) lo riconfermò comunque. Ero sconfortato e non capivo cosa stava succedendo, da principio sembrava andasse tutto secondo copione, ma perché ora il secondo esperimento non era giunto a termine?

Per spiegare l’insuccesso e le sparizioni ci volle ancora qualche giorno ed un pò di strategia. Per esperienza sapevo che se i due monconi erano spariti e non erano nascosti da qualche parte nella vasca, la causa doveva essere in qualche organismo introdotto clandestinamente che aveva trasformato in cibo i miei futuri cerianthus, così mi misi con pazienza a realizzare degli appostamenti. La cosa non fu difficile, in quanto la vasca era quasi vuota, a parte la sabbia, gli invertebrati e qualche roccia. Così a diverse ore della giornata, mi avvicinavo al vetro frontale scrutando fondo e roccie, in cerca di eventuali intrusi. Gli agguati diurni, i più facili, non diedero risultati. La quarta notte invece ebbi la conferma di quanto sospettavo, l’esito era quasi scontato; un granchio peloso della specie Pilumnus hirtellus era proprio lì al centro della vasca e muoveva freneticamente le chele rovistando sul fondo in cerca di cibo. A questo punto però è necessario fare un passo in dietro. A ben considerare, il primo esperimento o accadimento, si realizzò in una vasca di primo allestimento, con pochissimi organismi presenti; all’epoca infatti, a parte due aiptasie, un attinia, una piccola spugna axinella, tre palemon ed un piccolissimo gambero pistolero, la vasca non aveva altri ospiti. In seguito però gli organismi, se pur involontariamente, aumentarono; i pistoleri che, sebbene si siano sempre dimostrati innocui (a parte i concertini notturni !), diventarono una famigliola, i tre palemon crebbero notevolmente ed in più questo fastidiosissimo granchio avevano sensibilmente modificato il tranquillo l’habitat del primo esperimento, “conditio sine qua non” per far godere ai cerianthus del necessario periodo di convalescenza. Inutile dire che dopo una caccia spietata, per quel che è servito, ho provveduto a rispedire a calci nel sedere il granchio peloso nello scoglio più vicino a 20 km dalla mia vasca. Purtroppo avevo capito solo ora quanto avevo letto circa la necessità di un ambiente “sterile” per poter permettere la guarigione del cerianthus. Ritengo che la causa dell’insuccesso sia certamente da imputare a questo tipo di granchio introdotto clandestinamente che, oltre ad essere un voracissimo onnivoro, è in grado di spostare, sotterrare e nascondere grossi pesi e che sicuramente non ha avuto difficoltà con i due piccolissimi pezzetti di ceriantus. Anche questo secondo esperimento, ha condotto comunque ad un apprezzabile contributo sull’osservazione di questi stupendi organismi, necessario per non ripetere l’errore: la necessità di avere a disposizione una vasca dedicata in considerazione della scarsità di difese che accompagna il cerianthus durante il periodo di stress. Quest’ultimissima curiosità poteva spiegare ulteriormente l’accaduto; i ceriantus fondamentalmente non hanno predatori naturali, nemmeno in vasca, ove anzi sono piuttosto temuti a causa del loro potere urticante, purtroppo tale indennità svanisce qual’ora l’animale versi in condizioni di stress o di sofferenza. Mi è capitato spesso di vedere i pesci urtare tranquillamente i tentacoli di ceriantus che erano sofferenti per diverse cause, senza subire alcuna “bruciatura” . Quello stato vegetativo, in cui si ritrovano nel periodo della scissione e della cicatrizzazione, li rende particolarmente vulnerabili, confermando quanto detto dalla letteratura specifica che suggerisce di tenere isolati questi organismi nel periodo necessario alla loro convalescenza.

L’ultima foto ritrae i dei due “solitarius” e il loro piccolo clone nel frattempo cresciuto.
Il genitore e il figlio vivono ormai vicinissimi, con i tentacoli quasi avvinghiati e vanno di comune accordo tranne qualche scaramuccia all’ora del pasto quando si contengono i pezzetti di cibo.

Concludo questo mio racconto sperando di avere destato l’interesse degli appassionati e mi scuso anticipatamente sulle imprecisioni soprattutto scientifiche nella terminologia e nelle descrizioni. Ho ritenuto comunque importante divulgare questi risultati sicuramente poco noti se non a livello scientifico quantomeno a livello di acquariofilia domestica, approfittandone per far conoscere questi stupendi organismi ancora oscuri sotto diversi aspetti, analizzare le loro caratteristiche e soprattutto affrontare il tema della riproduzione asessuata, di come essa non sia l’unica attuabile e di come questo aspetto sia strettamente connesso con quello della capacità rigenerativa dei ceriantari, fenomeno questo fin ora poco conosciuto o comunque scarsamente affrontato, anche a giudicare dallo scarsissimo materiale scientifico che sono riuscito a reperire.

Ringrazio infine il mio amico Bruno con cui è iniziato questo esperimento, ringrazio anche il Prof. Costa e soprattutto Franco Tosi per il materiale inviatomi.

Avrei voluto conservare e custodire gelosamente i tre solitarius che mi hanno accompagnato in questa avventura, ma allo stesso tempo penso sia doveroso da parte mia, restituire al mare almeno uno dei tre cerianthus quale tributo alle emozioni e alle conoscenze che mi hanno reso in questi mesi; lo riporterò proprio lì dove ha avuto inizio quest’esperienza.

Antonello Cau: anto.loNOSPAM@tiscali.it




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