Aquascape di Pasquale Buonpane

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-Introduzione

La realizzazione di un aquascape “da concorso” è un’opera lunga ed abbastanza complessa: con questo breve articolo cercherò di descrivere come nascono i miei acquari prendendo come esempio il mio ultimo lavoro intitolato “Where the wind blows”.

-L’idea

Il fine dell’aquascaping non è tanto la riproduzione nei minimi dettagli di un ambiente naturale(per forza di cose un acquario è pur sempre un prodotto della creatività umana, quindi qualcosa di artificiale),quanto la realizzazione di uno scenario che susciti nell’osservatore delle sensazioni simili a quelle provate di fronte ad un paesaggio osservato in natura.

L’idea per questo allestimento è nata durante una passeggiata sul monte Muto (1.036 m s.l.m.,all’interno del Parco Regionale del Matese) avvenuta nell’autunno del 2011.In quell’occasione osservai un gruppo di pini mughi,qui probabilmente al loro limite meridionale,che crescevano curvati dal vento su una parete verticale e fui colpito dalla “caparbietà” di queste piante che sfidando la forza delle intemperie riuscivano a vivere aggrappandosi alla nuda roccia.Riuscire ad esprimere la forza e la tenacia di queste piante sarebbe stato l’obiettivo dell’allestimento che mi accingevo a realizzare.

-Dove soffia il vento

Diedi inizio ai lavori nel dicembre 2011 utilizzando,come per tutti i miei allestimenti, rocce e legni raccolti in natura.Molti aquascaper disegnano un progetto o semplicemente uno schizzo su carta del layout che intendono realizzare,personalmente preferisco lavorare d’istinto,cercando di seguire i suggerimenti che mi arrivano dai materiali a disposizione ed in un secondo momento dalla crescita delle piante. La prima “stesura” dell’hardscape della vasca in questione venne realizzata in circa due settimane.

L’unico accorgimento adottato fu quello di posizionare la main stone,la roccia più grande(in realtà si tratta di due rocce affiancate)in una posizione che dividesse la vasca nel senso della lunghezza in due parti con un rapporto di 2:3.In questo modo il punto di fuga,ovvero lo spazio tra due gruppi di rocce ,veniva a trovarsi nel punto indicato dalla sezione aurea.

Tutte le altre rocce furono (grossomodo) posizionate seguendo delle linee immaginarie orientate verso il punto di fuga mentre i legni furono incastrati tra le rocce cercando di fare in modo che i rami più piccoli puntassero tutti verso destra,come se la loro forma fosse stata plasmata da un ipotetico vento proveniente da sinistra.

Nel corso del tempo ho apportato diverse modifiche alla “prima stesura”,in particolare fin dall’inizio,dopo l’inserimento dei rami mi accorsi che la roccia appuntita a sinistra della main stone,oltre a sminuire l’impatto visivo di quest’ultima, dava l’idea di una vetta lontana e che gli alberi se rapportati ad essa erano decisamente sproporzionati.In altre parole quella roccia allontanava la scena dallo sguardo dell’osservatore mentre gli alberi la avvicinavano.

Decisi quindi di eliminare la roccia e di ridurre gli alberi a soli due gruppi dei quali il più grande in primissimo piano avrebbe contribuito a dare l’idea di una scena vista da vicino(è intuibile il fatto che gli oggetti più vicini a noi ci sembrano più grandi di quelli che a parità di dimensioni sono più lontani).

Per accentuare l’aspetto aspro ed arido dell’ambiente scelsi di rinunciare al prato in primo piano sostituendolo con uno strato di ghiaia e sabbia,ad imitare i detriti prodotti dall’erosione.Per lo stesso motivo decisi di ridurre la massa vegetale al minimo.

Oltre a Vesicularia montagnei(Christmas moss) e Vesicularia ferriei (Weeping moss) legate ai rami furono utilizzati alcuni cespugli di Fissidens fontanus per coprire il lato sinistro mentre a destra piantumai Hemianthus callitrichoides ed Eleocharis parvula,infine posizionai dei piccoli Microsorum pteropus “needle” tra le rocce in primo piano.Per quanto riguarda la fauna scelsi come protagonisti 30 Tanichthys albonubes oltre ad alcuni Crossocheilus siamensis,Otocinclus sp. ed un nutrito gruppo di Caridina japonica.

-Tecnica e gestione

La vasca,autocostruita misura 140x52x60 cm.Il fondo è costituito da akadama alla quale ho aggiunto per accentuare alcuni dislivelli uno strato di substrato della Elos.L’illuminazione è affidata a quattro tubi T8 da 36w con una temperatura di colore di 6.500°K.Il fotoperiodo adottato è di 10 ore al giorno.L’erogazione di CO2,senza interruzione nelle ore notturne,è garantita da un impianto con bombola ricaricabile da 4kg,riduttore di pressione e micronizzatore della Askoll(1 bps).Il filtraggio è affidato ad un filtro esterno Askoll pratiko 400 caricato con spugne ed elementi ceramici.Il filtro già in uso nell’allestimento precedente era già maturo: nelle settimane in cui ho lavorato a vasca vuota per realizzare l’hardscape è stato semplicemente spostato su un’altra vasca.Questo espediente mi consente di accorciare decisamente i tempi di maturazione delle vasche appena allestite riducendo al minimo il rischio di infestazioni algali in fase di start up. Effettuo cambi d’acqua del 30-40% con cadenza settimanale.

-Conclusioni

La vasca ad un anno dall’allestimento,sebbene abbia subito alcune modifiche è ancora in funzione.Per via della scarsa massa vegetale,oltre ai cambi d’acqua settimanali,non ha mai richiesto grossi interventi di manutenzione ad eccezione di qualche sporadica potatura di mantenimento del prato e della chioma degli “alberi”.Credo di poterlo definire un progetto ben riuscito visto che il risultato ottenuto è stato molto prossimo a ciò che era nelle mie aspettative,oltretutto si è rivelato estremamente facile da gestire e non ha mancato di darmi grandi soddisfazioni classificandosi al 31° posto (su 2021 partecipanti) nell’IAPLC 2012 e guadagnando nello stesso anno anche una menzione speciale nell’AGA aquascaping contest.

Per chi fosse interessato è possibile visionare gli altri miei lavori sul mio blog




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