acquario di piante

Vita, morte (e miracoli) dell’ acquario di piante

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IN PRINCIPIO ERA SOLTANTO ACQUA:
VITA, MORTE (E MIRACOLI) DELL’ ACQUARIO DI PIANTE

Era una notte buia e tempestosa…. Ehm… no, così no.
Correva l’anno millenovecento… no, neanche così.

Ma…, avete mai provato a chiedervi com’è iniziato tutto? Vi siete mai posti l’interrogativo?
Perché non è facile iniziare a parlare dell’acquario di piante senza concreti riferimenti storici.

Si, d’accordo, ma da quando?
Potremmo iniziare in puro stile National Geographic, con qualcosa del genere: “in principio la terra era soltanto una palla di fuoco, poi vennero i batteri, le Cycas ed i Ginko biloba, ed infine i dinosauri, l’acquario di piante arrivò molto, ma molto dopo…”.

Si, ma dopo quanto e soprattutto dove?
Olanda. Quando ci sono piante tra le mani (od in mezzo ai piedi), inizia tutto sempre dall’Olanda.
Dio avrebbe pensato a  creare Takashi soltanto in epoca recente.
Ma andiamo con ordine.
Olanda dicevamo. Si, perché se vogliamo disquisire (anche se in maniera semiseria) dell’acquario di piante, non possiamo che partire dall’Olanda.
Ed allora è da qui che partiamo, dalla prima metà del 1900. Tra il 1930 ed il 1950, questo è il ventennio storico che dà,  per la prima volta,  un  impulso all’acquario di piante.

E’ l’acquario “olandese”, o meglio, all’olandese. E’ il primo vero e concreto esempio di acquario dedicato alle piante. Non più un acquario con piante, ma un acquario di piante.
E’ la NBAT (Nederlandse Bond Aqua Terra), fondata nel 1930 l’associazione che si fa carico di sostenere e sviluppare l’idea dell’acquario di piante. Non solo. Collega all’acquario i primi veri concorsi (il contest nascerà in effetti in epoca “moderna”), mettendo in sinergia appassionati e “maestri” in modo che i secondi possano correggere gli errori dei primi, affinandone così le tecniche compositive.
Di questi primi acquari di piante in realtà si conosce ben poco.
Si hanno pochi reperti.
La struttura è quella classica: tre volumi (anteriore, centrale e posteriore), piante a foglia sottile che si alternano a piante a foglia più ampia, tonde e lanceolate, rosse e verdi…
Prospettica ragguardevole mediante corridoi trasversali che aumentano il senso di profondità della composizione.
Assente quasi del tutto il prato.
Insomma dell’acquario olandese, in effetti, non si sa molto. Sono pochissimi i cultori che hanno lasciato traccia di questo spettacolare tipo di acquario ed internet ancora non esisteva.
La fertilizzazione ed il substrato sono ancora delle incognite.
Del secondo si sa l’impiego di argille ricche di ferro, o di substrati a base di lignite.
Dei fertilizzanti si sa ancora meno.
Il PMDD di Conlin e Sears è probabilmente la traccia storica più rilevante della quale si possa parlare con cognizione di causa, ma siamo in tempi decisamente recenti.
La prima bombola di CO2 fa la sua comparsa nei primi anni settanta.
Uniamo questo infernale aggeggio alla “scoperta” dei tubi a neon ed è subito rivoluzione.
A grandi passi arriviamo agli anni ottanta.
Scoppia il caso delle riviste di acquariofilia, fino ad allora di esclusiva pertinenza della rivista “Aquarium”.
Parallelamente nascono i primi newsgroups e poi i forum.
Cominciano i primi timidi confronti.
La materia è ancora tabula rasa,  si conosce nulla o poco più dell’acquario di piante.
Si sente parlare di PMDD, di tubi fitostimolanti, si sviluppano le prime linee di fertilizzanti “alternative”.
L’imperativo categorico è: niente ferro in acquario, fa crescere le alghe.
Giammai parlare di nitrato e fosfato, si rischia l’arresto in flagranza di reato.

Ed in Italia?
In Italia si nicchia, come al solito.
Gli appassionati ci sono, ma sono sparsi a macchia di leopardo, come le prime popolazioni tribali dopo la caduta dei dinosauri.
Il Commodore 64 apre le porte ad una nuova tecnologia: è internet. La vita dell’umanità non sarà  più la stessa (e neanche quella dell’acquario di piante).
Nascono timidamente le prime comunity di appassionati, di natura generalista.
Alcune affinano la ricerca e decidono di dedicarsi esclusivamente allo “straordinario mondo dell’acquario di piante”.
La strada è in salita ma il successo è inarrestabile.
La passione sfrenata si accoppia alla forsennata ricerca della verità. Gli appassionati non sono più semplici acquariofili, sono biologi, chimici, matematici…
Iniziano le sperimentazioni ed infine i confronti.
I prodotti vengono esaminati, vivisezionati, analizzati in ogni componente.
Di ogni linea di fertilizzante “di marca” si chiede di conoscere tutto.
Alcune aziende rispondono di conseguenza ed affinano ricerche e marketing, altre non ci credono e fanno autogol.

L’aquagardener non è più un semplice acquariofilo con conoscenza e metodica medie, è molto di più. E’ un esperto e per ciò solo chiede e pretende di conoscere. E’ il boom dell’acquario di piante.
Dall’oriente si fa strada uno straordinario personaggio che rivoluzionerà il modo di fare acquariofilia e probabilmente il concetto stesso di acquario, almeno per come era stato concepito fino agli anni ottanta.
Takashi Amano esplode in tutto il suo fulgore. Fa breccia nel cuore di chi ha sempre desiderato un acquario di piante ma non ha mai avuto a disposizione gli strumenti per realizzarlo.
Amano non vende soltanto attrezzi, va oltre, ti presenta un sogno, si chiama Acquario Naturale.
Il concetto di Nature Aquarium non è semplicemente la pedissequa riproduzione di un ambiente acquatico, è molto di più.
E’ trarre spunto dalla natura per realizzare qualcosa di unico, probabilmente inesistente in natura, ma estremamente “naturale”.
Amano gioca con la sezione aurea, con le proporzioni armoniche e con il sapiente impiego dei “vuoti”, di cui diventa gran maestro.
Inventa il prato di “riccia”, fino ad allora praticamente sconosciuto
La CO2 diventa la protagonista incontrastata della nouvelle vague dell’acquario di piante.
L’acquario cambia radicalmente identità e da lì in poi non sarà mai più lo stesso.
Tutti gli acquariofili, sono adesso “aquascapers”, diventano come per incanto “ferraristi”, ed Amano porge loro la Ferrari Testa Rossa.
ADA, l’oggetto del desiderio.
Dapprima è soltanto una questione di packaging: il vetro extrachiaro la fa da padrone, forme perfette, trasparenze mozzafiato, il tutto griffatissimo.
E poi? Poi ci sono le fotografie, impeccabili, da sogno, meglio di un numero di Playboy degli anni ottanta. Insomma la vasca (è così che adesso si chiama l’acquario) di piante deve essere Zen, altrimenti non è vasca di piante. Dell’acquario olandese non c’è più traccia.
Scoppia il caso Iwagumi. L’Italia della Carrà e di Novantesimo minuto si raccoglie attorno al nuovo oggetto del desiderio: un acquario realizzato con pietre ed un perfettissimo prato.
Non un semplice prato, molto di più.
Il caro vecchio Echinodorus tenellus viene messo in panchina.
Il nuovo sogno degli (acquariofili) italiani si chiama Riccia fluitans, Vesicularia dubiana, Hemianthus callitrichoides, Eleocharis acicularis…
La cura è maniacale, va tagliato, spolverato, profumato, fertilizzato, ossigenato, tropicalizzato… insomma, neanche il celebre Varenne riceverà mai cure simili.
E poi ci sono gli attrezzi. Guai a chiamarle forbici, si chiamano scissors. Non sono normali, no, sono in acciaio, ma non in acciaio comune, un acciaio unico al mondo, degno della più antica Katana, non ne troverai di eguali da nessuna altra parte.
E poi le forme… Un miliardo di forme diverse perché ogni prato deve avere le sue forbici, hoops… trimming scissor: A punta dritta, obliqua, arrotondata, trapezioidale, oblunga, a mezza luna, a fase ascendente, discendente…. Insomma, è un delirio, ma senza di quelle non puoi potare le piante, pena la radiazione dal forum. Ah, già… e le piante? Perché senza piante non puoi parlare di acquario Zen, ryoboku ed iwagumi… Ti servono le piante.
E’ presto detto, o meglio, è presto fatto. In tutta Europa iniziano a svilupparsi nuove tecnologie di coltivazione e la successiva riproduzione meristematica (che permette di riprodurre migliaia di plantule da poche cellule “madri”) consente l’immissione sul mercato di milioni di vasetti.
E così l’acquariofilo conosce per la prima volta il fantomatico grodan. Guai a lasciarlo integro ed immetterlo nell’acquario. La pianta va trattata come un lembo della Sacra Sindone, fatta eccezione per il carbonio 14.

Anche in questo caso il made in Italy non è secondo a nessuno ed una piccola azienda agricola decide di votarsi esclusivamente alla produzione e distribuzione di piante d’acquario.
La gavetta è lunga ma la determinazione e la professionalità la fanno da padrone ed alla fine il successo è immancabile.
Gli anni duemila si aprono con le nuovissime tecnologie di coltivazione.
Ormai tutto è spinto al massimo, substrati, fertilizzazione dissociata, impiego di macroelementi, luci a led, filtri supertecnologici, vetri sempre più chiari, impianti di CO2 da fare invidia alla Coca Cola….
E noi?
Noi, gli acquariofili, gli irriducibili dell’acquario di piante, che fine abbiamo fatto?
Siamo ancora alle prese con un improbabile iwagumi dalle forme contorte oppure siamo stati capaci di fare outing?
Insomma, che ne è stato dei nostri acquari? Quelli fatti col cuore.
Siamo ancora alla forsennata ricerca del primo piazzamento dell’internescionalaquaticcontest?
Ma si, diciamocelo in tutta franchezza, siamo bravi, non siamo secondi a nessuno, ma siamo anche dei testoni.
Riusciamo a produrre acquari da sogno, linee di fertilizzanti ed accessoristica da fare invidia a chiunque, la nostra manodopera specializzata è tra le più pregiate al mondo, eppure…. Eppure non riusciamo a scrollarci di dosso il desiderio di competere per qualcosa che non ci appartiene fino in fondo.
Siamo dei maestri, in tutti i campi, eppure continuiamo a sottovalutare le nostre capacità espressive.
Partecipiamo alle manifestazioni internazionali, spesso col solo scopo di presentare acquari  improbabili.
Le eccezioni le conosciamo, sono poche: Pasquale Buonpane, Diego Marinelli, Giuseppe Landieri e pochi, pochissimi altri.

Mi piacerebbe vedere acquari da sogno realizzati per il solo gusto di farli, giusto per riappropriarsi dell’acquario di piante, quello tradizionale, senza alcun concorso supermegagalattico sullo sfondo.
L’esercito dei giardinieri acquatici italiani è immenso, le loro facce le conosco tutte, è gente comune con una straordinaria capacità compositiva e tecniche raffinate.
Sono dei veri talenti dell’acquario di piante, quello genuino, fatto anche di errori, successi e fallimenti.
Quello delle alghe a pennello e dei ciano batteri.
Quello che però sa anche regalarti un’emozione.
Sono gli acquari di piante, quelli in cui ogni pianta è inserita nell’acquario senza artifici e raggiri.
L’acquario di piante. Avete presente?
Non parlo delle vasche avatar, quelle con cascate, deserti, grotte, cespugli fluttuanti nel nulla, quelli che fanno tanto “casa nella prateria”, no… non parlo di quelli.
Parlo del caro vecchio acquario di piante.
Quello in cui aspetti che il substrato sia maturo prima di accogliere le plantule, quello in cui aspetti la terza, quarta, quinta potatura prima di poter scattare una foto. E deve andare tutto bene perché le filamentose sono sempre in agguato e pure la carenza da molibdeno e manganese, per non parlare del boro.
Parlo degli acquari fatti di acqua.
Io li ho visti questi acquari. Realizzati spesso senza finiture di lusso, con pochi e semplici accorgimenti ma con tanto, tantissimo cuore.
Piante in perfetto stato, layout semplici ma eccellenti, criteri compositivi da fare invidia al più abile ingegnere, composizioni raffinate, quelle in cui “ti ci perdi dentro”.
Ecco, è da lì che mi piacerebbe si ripartisse.
Si, anche i contest, ma soltanto se questi saranno capaci di rappresentare il mezzo e non il fine.
L’acquario non va spinto all’inverosimile perché si rischia di cadere nel banale, nel patetico, a volte persino nel cattivo gusto. E tutto questo perché? Per la gran menzione d’onore dell’international contest of aquascaping?
E’ tutto qui quello che cerchiamo?
Le nostre tradizioni sono antiche e le nostre radici forti e profonde, forse abbiamo ancora bisogno di entusiasmo e di condivisione.
E’ per questo che siamo ancora qui, temerari senza paracadute, ostinati cultori dell’acquario di piante.
Dario Schelfi
www.aquagarden.it

p.s.
Ho iniziato quasi per gioco ad occuparmi di acquariofilia.
Le piante sono sempre state nel mio DNA.
L’avvento di internet ha cambiato la vita di molti e tra questi anche quella del sottoscritto.
Ricordo con molto affetto Acquaportal, uno dei  forum che accolse le mie prime impacciate prove di volo e mi compiaccio di vederlo in grandissima forma, segno questo che il lavoro svolto in questi anni da Marco e dal suo staff ha prodotto significativi risultati.
A lui e a tutto l’esercito dei naviganti di AP, i miei più sinceri auguri.




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