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Una vasca su misura per i nobili orifiamma

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Goffi, coloratissimi, ingordi, vivaci, gli “Orifiamma” rappresentano una delle scelte più indicate di pesci rossi per i neoacquariofili, ma anche per gli appassionati già esperti che sognano un angolo della casa dal gusto tipicamente orientale.

Non parliamo poi del fascino che questi simpatici carassi esercitano sui bambini. Ecco allora qualche consiglio utile per allestire una vasca adeguata alle loro necessità

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Foto di E. Spada.

Le numerose varietà di allevamento del Pesce rosso (Carassius auratus), selezionate soprattutto in Cina e Giappone, vengono di solito divise in due gruppi: quelle “omeomorfe”, che conservano cioè il corpo simile al fenotipo originario, e quelle “eteromorfe”, che hanno invece corpo e pinne più o meno modificati rispetto alla forma “selvatica”.

Le varietà omeomorfe, sebbene rustiche e poco sofisticate, annoverano pesci davvero molto belli: ad esempio i “Calico” o “Shubunkin” (con squame trasparenti e corpo multicolore) e i “Cometa” (dalla pinna caudale molto allungata), variopinti carassi in grado di vivere anche all’aperto in laghetti o vasche ornamentali (non nelle regioni dal clima troppo freddo, però).

Le vere protagoniste del nostro articolo sono comunque le più goffe e bizzarre varietà eteromorfe, alle quali di solito è attribuito l’appellativo generico di “Orifiamma”.

Questi Ciprinidi da allevare esclusivamente in acquario, sono conosciuti in tutto il mondo, oltre che per le forme decisamente stravaganti, anche grazie ai pittoreschi nomi volgari con i quali vengono commercializzati (le varietà di solito non hanno un nome scientifico proprio, l’istituzione di una sottospecie bicaudatus per designare le razze con pinna caudale sdoppiata è vista con diffidenza dalla maggioranza degli ittiologi).

Selezionati originariamente per essere osservati dall’alto, mentre nuotavano nei caratteristici vasi decorativi, i pesci che rappresenttano le varietà eteromorfe hanno tutti un aspetto molto appariscente: alcuni però sono più resistenti ed agili nei movimenti, altri sono più “elaborati” e un po’ più vulnerabili alle comuni patologie che possono insorgere in acqua dolce.

Per le loro dimensioni una vasca capiente per i pesci rossi

Tra le razze di pesci rossi verso le quali è opportuno orientarsi almeno all’inizio, se non si ha esperienza, spiccano gli eleganti e diffusissimi “Fantail” o “Veiltail” (corpo ovoidale e pinne a velo,con caudale ed anale doppie), i simpatici “Ryukin” (corpo molto alto e corto, pinne fluenti con caudale ed anale doppie) e i più sobri “Ninfa” o “Bombetta” (con caudale e dorsale ampie, e corpo ovoidale).

Questi sono gli Orifiamma che in vasca si rivelano più robusti e meno impacciati nel nuoto, e che perciò consigliamo senza riserve al neoacquariofilo.

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Foto di R. Nistri.

Tra le varietà di pesci rossi un po’ più delicate, preferibilmente da non associare a quelle citate, in quanto svantaggiate nella competizione alimentare, ne esistono alcune che hanno subito curiose trasformazioni anatomiche, che hanno provocato tra l’altro una interminabile polemica.

Tra queste ricordiamo gli amatissimi “Oranda” (ovvero dei pingui Fantail con escrescenze papillari molli sulla testa), tra i quali riscuote grande successo la varietà “Cappuccetto rosso”, bianca con parte superiore della testa rossa; i “Testa di leone” o “Ranchu” (con pinna caudale doppia, privi di dorsale e con escrescenze molli sulla testa); i “Telescopio” (dei Fantail con i bulbi oculari molto sporgenti, noti soprattutto per la forma melanica “Black moor”); e i “Chicchi di riso” o “Squame a perla” (dal corpo incredibilmente tondo con scaglie convesse).

Particolari attenzioni e possibilmente una vasca specifica, vanno riservate ai “Celestiali”, dai tipici globi oculari molto estroflessi e con la pupilla rivolta verso l’alto, e ai tanto discussi “Occhi a bolla”, famosi grazie ai loro grotteschi “palloncini sub-oculari”.

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Foto di E. Spada.

Dopo aver preso in esame rapidamente alcuni dei numerosi Orifiamma che si trovano in commercio (molti negozi specializzati hanno un reparto interamente dedicato a loro), bisogna considerare la vasca che li deve ospitare.

Tenuto conto delle dimensioni ragguardevoli che le varietà eteromorfe possono raggiungere (primi fra tutti gli Oranda che, pinne escluse, arrivano facilmente a 15 cm e oltre), è buona norma optare per acquari di capacità effettiva non inferiore a 70-80 l.

Utilizzando un calcolo empirico, criticabile, ma non privo di utilità, potremmo affermare che ad ogni centimetro di pesce (pinne escluse), dovremo riservare circa 3 l di acqua.


Foto di E. Spada.

Ecco, per esempio, che in una vasca dalla capacità effettiva di 100 l possono vivere senza problemi due o tre maestosi Orifiamma adulti (il numero dipende dalla taglia massima propria della razza che si sceglie), oppure un gruppetto di cinque o sei vivaci giovani (facili da trovare sul mercato) pesci rossi.

Un acquario più capiente (200-300 l) è, in linea di massima, più semplice da gestire ed offre maggiore spazio per riunire un folto e scenografico gruppo di questi Ciprinidi che tanto amano la compagnia dei conspecifici.


Foto di E. Spada.

Parlando di spazi, va ricordato che molti acquariofili esperti conducono egregiamente anche vasche più “affollate”, dove i Pesci rossi vivono in perfette condizioni di salute: questa rimane comunque una scelta puramente soggettiva, che rimanda alla sempre accesa discussione sul “vivere” e il “sopravvivere”.

E’ un vero piacere osservarli dall’alto

Per la collocazione dell’acquario consigliamo vivamente l’angolo più fresco della casa: le razze eteromorfe andrebbero infatti allevate ad una temperatura di 19-22° C. In inverno è semplice garantire queste condizioni climatiche, e regoleremo il termoriscaldatore per intervenire solo nel caso in cui l’acqua dovesse scendere al di sotto dei 19° C.

In estate ,invece, l’acqua può raggiungere temperature proibitive e quindi “impoverirsi” pericolosamente di ossigeno. Purtroppo gli Orifiamma, bisognosi di un livello di ossigeno sempre prossimo alla saturazione, sopportano a fatica questi “picchi termici” (es.: 30-32°C), uscendone sensibilmente provati.

Per rimediare alla situazione, possiamo attivare un potente aeratore, creare forte turbolenza superficiale, liberare la vasca dalle coperture superiori e dai gruppi d’accensione delle lampade, raffreddandola allo stesso tempo con dei ventilatori: riuscire a contenere la temperatura estiva entro 25-26° C è già un ottimo risultato.

Ci sono poi degli acquariofili, proprietari di pregiatissimi e costosi esemplari di Oranda, che per evitare queste emergenze, sono ricorsi ad un pratico “climatizzatore” per acquari, grazie al quale impostano la temperatura dell’acqua in modo che questa rimanga inalterata a prescindere dalle condizioni climatiche esterne e dall’ubicazione della vasca.


Oranda a Testa Rossa noto anche come “cappuccetto rosso”. Foto di E. Spada.

Per quanto riguarda il filtraggio, confermiamo innanzitutto che i diffusissimi acquari con vano filtro incorporato sono ideali per gli Orifiamma, a patto che il vano stesso abbia un volume pari o superiore al 15% di quello della vasca.

Il filtro meccanico-batterico (o biologico) deve avere una resa oraria decisamente sovradimensionata (es.: 300 l/h per un acquario da 120 l), capace di garantire una buona ossigenazione favorendo gli scambi gassosi in superficie.

Tuttavia, se si allevano razze molto lente nel nuoto, bisogna evitare che in vasca si crei una turbolenza troppo stressante.

Consigliamo, inoltre, di alloggiare all’intemo dell’acquario un “filtro rapido” (con semplice funzione meccanica) a supporto del principale, accessorio utile soprattutto in contesti troppo popolosi.


Oranda con livrea “calico” una delle più apprezzate. Foto di E. Spada.

Per il fondo si può scegliere un ghiaietto policromo del diametro di 3-5 mm e dai granuli ben arrotondati, che i carassi possono rovistare alla ricerca di cibo con la consueta ed innata caparbietà, senza rischiare di ferirsi.

L’acqua di rubinetto, opportunamente trattata con un biocondizionatore, va benissimo per i nostri ospiti, poco esigenti da questo punto di vista.

Per eliminare le copiose sostanze di rifiuto che i pesci rossi (anche nelle loro varietà più “nobili”!) producono, è buona norma compiere frequenti cambi parziali (es.: 30% ogni 1-2 settimane), provvedendo anche ad aspirare i residui organici dal materiale di fondo.

L’arredamento non deve prevedere oggetti taglienti o che presentino asperità (es.: rocce laviche), pericolosi per il corpo di tutte le varietà, ma soprattutto per i delicati globi oculari dei Telescopio, degli Occhi a bolla, dei Celestiali, e per le escrescenze molli degli Oranda e dei Testa di leone.

Particolarmente indicati sono i legni esotici (“Manila”, “Mopani”, ecc.), le radici di torbiera (che però colorano molto l’acqua), le rocce ben levigate, le sempre più rifinite piante di plastica e, per chi ne gradisce la presenza, le decorazioni artificiali.


Varietà Chicco di riso. Foto di Milly

Non assecondarne l’inesauribile ingordigia

Le piante vere diventano facile preda dei voraci Ciprinidi che ne mangiano volentieri le foglie più tenere. Tra le poche coriacee specie consigliabili ricordiamo: Anubias, Vallisneria, Nuphar, Crinum e Potamogeton.

Alimentare i nostri onnivori beniamini è un vero piacere, anche grazie alla vastissima gamma di mangimi secchi “specifici” presenti in commercio (in fiocchi, granuli e pellets).

Integrando la dieta con cibi liofilizzati (es.: artemie), surgelati (es.: chironomi, dafnie ecc.) e della verdura cotta a pressione, avremo dei pesci sani che allieteranno le nostre giornate per molto tempo (raggiungono e superano spesso l’età di 15 anni).

Veri “schiavi” dell’ingordigia (attenzione quindi a non commettere il grave errore di sovralimentarli), questi pesci dai modi goffi ed amabili si lasciano addomesticare con estrema facilità, imparando subito a prendere il cibo dalle mani dell’acquariofilo con inaspettata audacia.

Non stupisce il fatto che molti appassionati preferiscano allevare gli Orifiamma in vasche aperte, nelle quali è ancora più divertente nutrire ed osservare dall’alto i propri pesci rossi, secondo l’antica tradizione orientale.

Bibliografia:

– A. Mancini: “L’acquario tropicale d’acqua dolce” (1999), Editoriale Olimpia S.p.A., Firenze
– H.R. Axelrod, Y. Matsui: “Goldfish Guide” (1992), T.F.H. Pubbl., Neptune City (NY, USA)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 31 – Aprile 2001 – della rivista “il mio acquario” la quale ha concesso tale ripubblicazione.

 Emiliano Spada




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