Un Tanganica da mal d’Africa

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Vi vorrei raccontare più che di un acquario la mia storia con dei ciclidi africani.

Mi occupo professionalmente di pesci da oltre 30 anni.

Per la prima volta che incontrai di persona gli “africani” fu nel lontano 1984. Erano primi anni dei miei studi di acquacoltura.

In Polonia, dove vivevo e che era in un enorme crisi sia economica che politica, permettersi dei pesci da acquario che arrivavano dall’estero era un lusso e per un adolescente di provincia, come lo ero io, era un vero miraggio.

All’epoca l’allevamento dei pesci da acquario era molto popolare e gli animali riprodotti erano di altissima qualità, per di più qualsiasi pesce importato veniva nel breve tempo riprodotto e condiviso con altri allevatori. Tutto ciò accadeva però nelle grandi città dove c’erano tanti appassionati, ed in particolare in 4 storici centri di acquariofilia (in uno di questi – città di Lodz-  tuttora si svolge il più grande mercato settimanale di pesci tropicali in Europa. Tali mercati sono presenti in diverse città, ma hanno le dimensioni più modeste) io invece abitavo distante centinaia di chilometri dalla più vicina città “acquariofila”.

Nei primi anni 80 ho letto sulla rivista “Akwarium” alcuni articoli riguardanti dei ciclidi endemici dei grandi laghi africani. Da subito mi hanno conquisto i “Tanganica”, credo in parte sia dovuto alla particolarità del lago stesso dal punto di vista geografico e geologico. Non è che non mi piacciono i “Malawi” e i “Vittoria”, ma i “Tanganica”, anche se possono sembrare a primo sguardo molto meno appariscenti, hanno secondo me variabilità comportamentali imparagonabilo agli altri.

Nel 1986 in seguito alla prima spedizione sui due più grandi laghi del Great Rift Valley, organizzata dalla sezione ittiologica del Università di Nicolo Copernico a Torun, uscì il primo libro con delle descrizioni scientifiche di alcune specie dei ciclidi africani. Il libro divenne immediatamente per appassionati, tra cui anche per me, una vera e propria bibbia. Contemporaneamente, per proseguire i miei studi di acquacoltura, mi trasferì a nord ovest, a circa 200 km da Berlino. La Germania era da sempre il leader indiscusso dell’ acquariologia mondiale, sia per quanto riguarda l’allevamento ed importazioni delle nuove specie di pesci, sia per le ricerche ed applicazione delle nuove tecnologie.  In particolare gli acquariofili della ex DDR erano bravissimi allevatori e riuscivano a riprodurre qualsiasi pesce gli “capitava tra le mani”.

Come speravo, la vicinanza della Germania mi ha dato diverse opportunità di acquistare diversi pesci molto rari in altre regioni. Purtroppo il pesce che divenne la mi ossessione: Julidochromis ornatus, era introvabile. Un giorno ho scoperto che la mamma di uno dei miei compagni lavorava a Berlino e, poichè andare di persona era impossibile nell’epoca del comunismo (anche se entrambi i paesi facevano parte dello stesso blocco, occorrevano permessi speciali) le chiesi di portarmi 5-6 pesciolini. Ho fornito alla signora le foto (in bianco e nero), le descrizioni e nome in tedesco e dopo circa un mese, al suo ritorno, sono diventato felice padrone dei 6 giovani esemplari di Melanochromis auratus.

Da allora ho allevato e riprodotto centinaia di specie di pesci, ma non ciclidi dei Grandi Laghi. Qualche anno fa, dopo aver letto “Maestri dell’Evoluzione” di G.W. Barlow, è tornata la vecchia passione e voglia di fare una vasca con dei Tanganica, ma non avendo gli spazi per un acquario di adeguate dimensioni ho desistito.

Tre anni fa cominciai alcuni lavori di ristrutturazione nella sede della mia azienda e mi venne l’idea di realizzare una grande vasca all’entrata, da adibire alla creazione di un piccolo scorcio dell’habitat naturale delle paludi pontine prebonifica.

Una volta però costruita la vasca ho capito di aver la reale possibilità di realizzare il mio desiderio accantonato da anni: un acquario con dei ciclidi africani.  Immaginavo il mio “Tanganica” con una rocciata importante. Di solito nelle vasche medio-grandi si ricorre alle realizzazioni sintetiche, che però non appartengono al mio concetto di “acquario” (non ho mai venduto un pesce a chi ha le piante di plastica nella vasca).

Trovare le rocce delle dimensioni e forme adeguate alla vasca, che non sembrassero troppo piccole. ma neanche troppo grandi e monotone, non era facile. Ho impiegato qualche mese per trovare le rocce adatte. Preparato l’arrangiamento “a secco” non restava che trasferirlo nella vasca.

Lo abbiamo fatto un sabato pomeriggio con il grande aiuto di mio figlio Nathan, mia moglie Magda e con una carrucola (sarà questo il concetto di “acquario di famiglia” anche se in realtà con la carrucola non abbiamo nessuna parentela 🙂 ). Alcune rocce superavano gli 80 kg di peso e per posizionarle abbiamo dovuto lavorare con la massima attenzione.

L’acquario per me oltre ad essere un ritaglio della natura è anche un complemento d’arredo che dovrebbe essere ottimamente integrato con l’ambiente circostante. Il supporto dell’acquario, per abbinarlo bene con l’arredamento interno, è formato da sei colonne di blocchi di cemento grezzo con sportelli in legno. L’illuminazione è stata inserita in una trave di legno che esce dal muro ricoperto dai muschi (tutti componenti di legno, per conservarli, sono stati lavorati con una antica tecnica giapponese Show Sugi Ban, che consiste nella bruciatura con fuoco libero della superficie del legno).

 

Dopo la naturale maturazione del filtro ho inserito i pesci che da circa due mesi aspettavano nelle vasche di stabulazione. È incredibile la velocità con la quale hanno preso possesso della vasca. Dopo pochi minuti sembrava che fossero nati e cresciuti lì dentro. La soddisfazione che danno i ciclidi africani, che vivono in armonia e si riproducono (in questo momento ci sono diverse copie di N.pulcher, J.marlieri e N. leleupi con la prole) non si può descrivere, bisogna viverla di persona.

Vengono da me tanti acquariofili e rimangono stupiti della bellezza di un acquario con dei cilclidi africani. Purtroppo nel nostro hobby si sono creati i circoli monotematici “stagni” dedicati ad un solo tipo di acquario e che vedono qualsiasi altro tipo di acquario come inferiore. Nel 99% dei casi quelle persone non hanno mai sperimentato l’esperienza di “altri” acquari o lo hanno fatto in maniera sbagliata e superficiale. E’ sicuramente giusto essere esperti e appassionati di un ramo di acquariologia, ma è anche d’obbligo avere rispetto per un pesce rosso e del ragazzo che si prende cura di lui, e magari conoscere l’ “acquario” come concetto più ampio e questo non può che renderci solo più “ricchi”.

Il mio acquario con dei ciclidi africani e diventato per me la mia versione personale del “Mal d’Africa” e lo consiglio vivamente a tutti.

Mariusz Scibiwolk

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