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Simbiosi: l’unione fa la forza.

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In un ambiente ad alta biodiversità come è il reef, statisticamente capita spesso che due organismi si associno, vengano a vivere assieme.

Se si trovano bene, se effettivamente ci sono dei vantaggi reciproci nell’associarsi, allora l’evoluzione inizia ad avere come oggetto non più due singoli animali ma la simbiosi. Si parla di coevoluzione, i due animali si modificano per vivere assieme ed arrivano al punto di non poter fare a meno l’uno dell’altro. Sono un superorganismo, nel quale ognuno sostituisce in qualche modo organi o funzioni deficienti nell’altro.

Ci sono bellissimi esempi di simbiosi tra crostacei e attinie. Diverse specie di paguro si pongono sul guscio della conchiglia delle attinie per difesa, le portano in giro aumentando la loro possibilità di nutrirsi. Quando dopo ogni muta sono cresciuti e devono cambiare conchiglia, con pazienza (e con la collaborazione della docile attinia) le staccano del vecchio guscio e le spostano sul nuovo.

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Lo stesso fa il granchio boxer Lybia tessellata con due attinie Bunodeopsis sp.: le porta in giro stringendole tra le chele, e le agita verso l’aggressore per scoraggiarlo. Ogni volta che mangia le posa, le chele gli servono per afferrare il cibo, ma finito il pasto le raccoglie un’altra volta.

L’esempio più studiato di simbiosi in mare probabilmente è quello che riguarda il pesce pagliaccio e l’anemone. Sono in tutto l’Indo-Pacifico 26 le specie di pesce pagliaccio, appartenenti alla famiglia dei Pomacentridi, sottofamiglia Amfiprionini, generi Amphiprion e Premnas. Indipendentemente da dove vivano, dal Mar Rosso alle Hawaii, questi contraggono una simbiosi obbligata con 10 specie di anemoni di mare. Ci sono pesci pagliaccio che troveremo sempre e solo associati a un unico ospite, altre sono di bocca buona e si associano con un anemone qualsiasi. La simbiosi è molto conosciuta e l’immagine del pesciolino che si sente al sicuro tra i tentacoli dell’anemone, tramandata anche da un notissimo film di animazione, è familiare a tutti.

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L’immunità del pesce tra i tentacoli urticanti è garantita dal muco che lo riveste. Le cellule (cnidociti) di cui sono ricoperti i tentacoli dell’anemone, scaricano la loro velenosa puntura in modo meccanico contro qualsiasi oggetto li tocchi, salvo uno: un altro tentacolo della stessa anemone. Il muco che lo ricopre contiene infatti delle sostanze chimiche che permettono all’anemone di riconoscersi e di non attaccare sé stesso. Nel muco denso e compatto che ricopre il pesce pagliaccio sono presenti sostanze chimiche che imitano i recettori dell’anemone: il pesce si traveste chimicamente e viene percepito dall’anemone come una parte di sé. Strusciandosi cattura recettori chimici più specifici, acquisendo un’immunità completa nei confronti del suo anemone.

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Il vantaggio che deriva al pesce dall’associazione è ovvio: protezione. Pochissimi predatori oserebbero inseguirlo tra l’abbraccio dei tentacoli urticanti. Meno ovvio il vantaggio per l’anemone. Il pesce pagliaccio è un planctivoro, acchiappa minuscoli organismi che trangugia interi, solo in acquario prende l’abitudine di nascondere tra i tentacoli i pezzi di cibo troppo grossi per ingoiarli, e così facendo li regala al suo ospite. Ma in ambiente non è mai stato osservato nutrire l’anemone.

Aggressivo e bellicoso, soprattutto la femmina, a volte anche verso il sub che si avvicini troppo alla sua casa, anche il pesce difende l’anemone contro i suoi predatori, che sono pesci farfalla, immuni al potere urticante e in grado di mangiare un anemone intero in poche ore, se non fosse per gli attenti guardiani che lo scoraggiano e lo mettono in fuga a suon di morsi.

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La coevoluzione ha modellato i due simbionti facendone un superorganismo, ognuno dei due fa da guardiano e da braccio destro dell’altro, si sono modificati diventando adattissimi a vivere assieme ma inetti se si trovano da soli. Gli anemoni simbionti sono molto grandi e hanno il disco orale espanso. Questo è un vantaggio per il pesce pagliaccio, che avrà una casa spaziosa e comoda, ma anche per l’anemone che ha zooxantelle simbionti (aggiungiamo pure quest’altro elemento a quella che diventa una simbiosi a 3) e si avvantaggia dal poter offrire loro un’ampia superficie esposta al sole. Il pesce ha sviluppato una colorazione molto appariscente, pinne esageratamente espanse e arrotondate, tutti elementi che lo aiutano a mostrare che lui c’è nel suo territorio, che ne è il padrone, ma che fuori da questo territorio lo consegnerebbero in pochi minuti nella bocca di qualche predatore. La simbiosi è ormai un elemento necessario alla vita dei due animali. Abbiamo detto che il pesce si traveste da anemone, in effetti non ne ha bisogno, sarebbe più giusto dire che è parte dell’anemone o meglio del superorganismo pesce/anemone.

Anche la struttura sociale del pesce pagliaccio è influenzata dalla simbiosi. Nella piccola comunità il più grande è una femmina adulta, il secondo un maschio adulto, tutti gli altri sono immaturi. Tutti gli amfiprionini sono ermafroditi proterandrici, maturano prima come maschio e poi si trasformano in femmina. La femmina fa da padrona in una società matriarcale, secernendo sostanze ormonali e regolando l’accesso al cibo dei più piccolini blocca il loro sviluppo. Alla morte della madre/padrona, il maschio cambia sesso, il più grande degli immaturi matura in un maschio, e la piccola società ha trovato il sistema geniale per essere in grado di continuare a riprodursi (e a monopolizzare l’anemone) senza avere periodi di interregno.

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Le uova dei pesci pagliaccio sono bentoniche, deposte in un nido alla base dell’anemone, difese e curate dal maschio che, attraverso il tocco gentile delle labbra (mouthing) le ripulisce e trasmette loro sostanze antibiotiche presenti nella sua saliva. Alla schiusa le larve si dirigono verso il mare aperto, per tornare al reef a distanza di 7-9 giorni, cercare un anemone della specie giusta, già abitato da dei propri simili, e inserirsi alla base della gerarchia. La scalata è cominciata.

Esiste nei pesci un altro magnifico esempio di simbiosi necessaria: in questo caso non si tratta di due animali che vivono assieme, ma di un mutualismo generalizzato e multispecifico che ci aiuta a comprendere come in effetti la cooperazione sia importante nella comunità biologica del reef almeno quanto interazioni negative come predazione o competizione. Sto parlando della simbiosi di pulizia.

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I pesci hanno bisogno di ripulirsi quotidianamente, più volte al giorno. Residui di cibo che si impigliano tra i denti o tra le lamelle branchiali intasano organi preziosi. Le ferite si infettano e devono essere mantenute pulite. Un eccesso di muco che si accumula in qualche piega della pelle va rimosso. I parassiti che si attaccano alla pelle vanno eliminati finché sono piccoli.

Completamente privi di appendici articolate, quasi tutti i pesci hanno un corpo piuttosto rigido, adatto per penetrare in un ambiente denso come l’acqua, ma se escludiamo animali lunghi e sinuosi come murene e anguille, la maggior parte delle specie non sarebbe in grado, nemmeno teoricamente, di arrivare a toccare con la bocca il proprio corpo, requisito indispensabile per pulirsi da soli. E allora in via eccezionale, al termine di una selezione accuratissima, superando la naturale ritrosia di animali che non amano il contatto fisico, ci si decide ad affidare a terzi il delicatissimo compito di provvedere alla propria igiene personale.

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In tutti i reef del mondo esistono pesci pulitori. Nel grande Indo-Pacifico i principali sono labridi del genere Labroides o alcuni generi affini, nell’area dei Caraibi non esistono Labroides e il loro ruolo è preso completamente in carica da gobidi del genere Gobiosoma, molto simili come colorazione. I pulitori eleggono un loro territorio facilmente visibile e riconoscibile come stazione di pulizia. Tutti i pesci imparano a conoscerne la posizione, osservando il pulitore o il movimento degli altri pesci, e tutti, erbivori e piscivori, prede e predatori, fanno pazientemente la coda aspettando il loro turno, in una magica tregua il cui rispetto ci dà un’idea dell’importanza della pulizia.

Quando non è impegnato, il pulitore si fa pubblicità, mettendosi in mostra con un nuoto che nei Labroides è molto particolare, danzato, fatto di piccoli scatti in avanti e di frenate, accompagnate da movimenti a bandiera della coda.

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Il pesce di turno si fa avanti, rallenta, si immobilizza in una postura che può variare da specie a specie (alcuni si mettono a testa in alto, altri la girano verso il basso). Alcune specie cambiano colore: i Platax (pesci pipistrello) da argentei diventano marrone scuro, i grossi pesci unicorno del genere Naso di solito invece impallidiscono e divengono argentei. Il rituale ha lo scopo di segnalare al pesce pulitore la propria disponibilità a farsi pulire, equivale a un via libera: “eccomi qua, vienimi addosso, dentro, fai di me quello che vuoi”. Per un pesce, accettare questo tipo di relazione non è uno scherzo: la stragrande maggioranza di loro evita accuratamente qualsiasi contatto, anche con i parenti più stretti, anche durante l’accoppiamento ci si limita a far muovere l’acqua tra i due corpi per sincronizzarsi, senza quasi mai arrivare al contatto fisico.

E così tutti i pesci, animali abitualmente molto frenati e solitari, col pesce pulitore si abbandonano a un gioco carnale. Alla fine dei conti, se vogliamo convertire la biologia in un freddo bilancio, dare e avere, noteremo che entrambi ci guadagnano: ovviamente chi viene pulito, ma anche il pulitore, che mangia i corpi estranei che rimuove e si vede ogni giorno servire il pasto a domicilio da tutti i pesci del reef.

Capita che il pulitore affondi troppo il morso, morda pelle sana e sensibile invece del corpo estraneo. La reazione del pesce offeso è inequivocabile: si rivolta, minacciando l’incompetente con un’impeto sorprendente. E pensare che c’è ancora chi giustifica la sperimentazione su animali come pesci e anfibi dicendo che non provano dolore! La reazione al morso, probabilmente poco più di un pizzicotto è un argomento incontrovertibile contro questa tesi.

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In effetti, il mostro è sempre in agguato, con le sembianze di falso pulitore. Nell’Indo-Pacifico  un blennide carnivoro, Aspidontus taeniatus, ha evoluto una livrea assolutamente identica a quella del Labroides dimidiatus, e nuotando in modo simile riesce a passare per un pulitore autorizzato. Una volta che l’incauto pesce abbia abbassato la guardia, Aspidontus lo morde, staccandogli un pezzettino di pinna, una squama, a volte solo un boccone di muco, poi si rifugia nel suo buco da cui riemerge subito dopo un muso sghignazzante. Un esempio chiarissimo e sorprendente di mimetismo aggressivo.

L’eguaglianza non è perfetta. La bocca è differente, terminale e piccola, con labbra carnose nel labride, in posizione inferiore e più grande, a celare le zanne nel blennide. E al pesce esperto questa differenza non sfugge. Il falso pulitore riesce a ingannare di solito pesciolini piccoli, inesperti, mostrandosi nelle vicinanze di una stazione di pulizia e facendosi forte dell’imbarazzo del piccolino, intimorito dalla vicinanza di tanti predatori. Ma l’esperto lo riconosce e lo evita.

Accanto a labridi e gobidi, pulitori ufficiali in aree geografiche diverse, molti altri pesci possono occasionalmente fare da pulitori, pur avendo contemporaneamente altre strategie alimentari. Altri labridi, pesci farfalla (chetodontidi), pesci angelo (pomacantidi), pesci ago (singnatidi) lo fanno, la condizione sembra essere una bocca piccola e precisa e una dieta di invertebrati. Le remore (echeneididi) non si limitano ad essere passeggeri passivi ma sono state viste pulire squali e mante, così come pesci chirurgo dei generi Ctenochaetus, Acanthurus e Zebrasoma, detritivori i primi, erbivori gli altri, sovente ripuliscono da alghe e varie impurità il carapace delle tartarughe di mare.

Testo e foto di Massimo Boyer
www.edge-of-reef.com




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