Progetto ed evoluzione di una ‘autovasca’

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Il progetto, o meglio l’avventura che vorrei presentarvi in questo articolo è la realizzazione di una ‘autovasca’, ovvero di un acquario che necessiti di poca o nulla manutenzione. Avventura perché, alla situazione attuale, sono arrivato, in verità, gradualmente e attraverso piccoli step e alcuni tentativi.

Tutto iniziò quando, nel 2009, dismisi (per una crepa sul fondo, poi riparata) una vasca da 45 litri allestita per un biotopo “Rio Negro” collocandola fuori al mio portico. La utilizzai per piantarci talee di Ludwigia glandulosa red, Lobelia cardinalis e Cryptocoryne varie (dopo che ho sistemato la crepa, pian piano l’ho riempita di nuovo).

Il fondo era (ed è tuttora) composto da un mix “totale”: sotto c’è terriccio da giardino, pastiglie fertilizzanti a lenta cessione (uso bonsai), torba, sabbia a granulometria medio-fine e sopra uno strato di un paio di centimetri di sabbia fine, in maniera che non ci sia troppo contatto con la colonna d’acqua ma neanche fenomeni di anossia.

Con il tempo, Ludwigia e Lobelia crebbero talmente (in emersione) che ricaddero lungo i vetri quasi fino a toccare terra. La Ludwigia addirittura fiorì tutta l’estate, mentre la Lobelia lo fece in autunno. Nell’angolo posteriore destro misi tre rocce metamorfiche, al fine di “contenere” una terrazza dove collocai delle Cryptocoryne (lucens).

Sotto a loro, oltre a sabbia fine (sopra) e terriccio da giardino e torba (sotto), inserii un primo strato (a contatto con il vetro di fondo) di akadama e cannolicchi, per non rendere troppo compatto e asfittico il tutto.

 L’angolo dov’era collocato il filtraggio l’ho riempii di terriccio (sotto) e akadama e pomice (sopra) e ci misi inizialmente dell’Ophiopogon japonicus ed un ramo di Pothos aureus (ora chiamato Epipremnum aureum). Il Pothos lo inserii a mollo anche nell’altro angolo della vasca.

All’inizio ci misi anche un mini filtrino da 2W caricato provvisoriamente con 30 grammi di carbone attivo, visto che la vasca era stata fuori per mesi e dentro c’era di tutto e di più. Dopo qualche giorno tolsi il carbone.

L’illuminazione fu affidata ad una lampada da terra, con una lampadina da 23W (4000°K), che serviva principalmente ad illuminare le piante emerse (infatti era a circa mezzo metro dalla superficie dell’acqua). I valori dell’acqua erano quelli della mia acqua di pozzo:

Gh = 17
pH = 7.9
Cond. elettrica a 20°C = 670 µS/cm
Residuo fisso a 180°C = 469 mg/l
Calcio = 111 mg/l
Magnesio = 9.31 mg/l
Ammoniaca = 0
Nitriti = 0
Nitrati = 9.7 mg/l
Fosforo = 0
Potassio = 1.91 mg/l
Sodio = 18.8 mg/l
Ferro = 152 µg/l
Solfati = 13,5 mg/l
Fluoruri = 0.029 mg/l
Cloruri = 28.2 mg/l
Carica batterica e microbica = 0

'autovasca'

'autovasca'

Agli inizi del 2010 inserii temporaneamente un termoriscaldatore da 50W per ospitare una coppia di Dario dario. La vasca continuava ad andare da sola senza alcun tipo di filtrazione e senza mai cambiare l’acqua, con il processo di nitrificazione che procedeva correttamente: la superficie dell’acqua non presentava alcuna pellicola batterica e ammoniaca e nitriti erano a zero, ma le piante crescevano (soprattutto quelle emerse).

Per di più non dosavo nemmeno il cibo, visto che l’alimentazione dei Dario dario risultava esclusivamente dipendente dalla microfauna presente nell’acquario, evitandomi in tal modo di dosare cibo in vasca. Da sottolineare infatti come lo strato di fango che si era formato risultò un perfetto rifugio per una ricca microfauna.

'autovasca'

Verso la fine del 2010 cambiai di nuovo la popolazione ittica, per capire quanto la vasca reggesse il carico organico.

Ci inserii quindi una coppia di Tateurndina ocellicauda, nutrita con naupli vivi di artemia e artemia e chironomus congelati. La T dell’acqua era intorno ai 24°C, il pH di 7.7 e la conducibilità a circa 850 microsiemens. Nitriti, nitrati e fosfati non erano rilevabili.

Riguardo alle piante, notai che il Pothos prese il sopravvento sulla Lobelia e la Ludwigia per l’approvigionamento dei nutrienti, mentre le Cryptocoryne ed il muschio prosperavano magnificamente, nonostante la completa assenza di fertilizzazione. Nell’acqua, sulle rocce e nel fondo erano presenti molteplici microroganismi: Physa, Melanoides, ostracodi, copepodi, Hydra, nematodi, planarie e vermetti vari.

Dopo un altro anno, verso la fine del 2011, aumentai di nuovo la fauna, inserendo, oltre alla coppia di T. ocellicauda, un gruppo di Boraras (15 circa) e 2 Caridina multidentata. Completavano la fauna una quantità innumerevole di Melanoides tubercolata, Physa e microfauna varia.

Somministravo giornalmente cibo (granulato, naupli d’artemia).

La composizione floristica era rimasta invariata, con le Cryptocoryne che crescevano sempre di più e il Pothos che ormai era salito persino sui quadri delle pareti.

I valori chimici erano i seguenti: pH 7.2 (7.9 due anni fa), KH 7 (12 due anni fa), conducibilità 350 microsiemens (670 due anni fa), nitriti, nitrati e fosfati assenti (come due anni fa).

Questo significa che le piante consumavano (seppur lentamente, visto che il tempo intercorso è di due anni) più di quello che la fauna produceva. Questo mi portava (e mi porta tutt’ora) a reintegrare l’acqua evaporata con acqua di rubinetto al posto di quella di osmosi.

Negli anni successivi (4 per l’esattezza) l’acquario andò incontro ad una serie di ulteriori “semplificazioni”. Tolsi il termoriscaldatore, la pompa di movimento e cambiai illuminazione, passando ad una lampada LED E27 da 5W. Tolsi anche T. ocellicauda e Boraras ed inserii una coppia di Elassoma evergladei, rendendo di fatto la vasca (quasi) completamente autonoma.

Gli Elassoma infatti mangiano la microfauna che trovano in vasca, calcolando anche che d’inverno si nutrono poco perché vanno in riposo (in vasca, non essendo riscaldata, la differenza di T è di quasi 15°C tra estate e inverno). Solo nella stagione riproduttiva dosavo, a giorni alterni, naupli d’artemia. Riguardo alla flora aggiunsi dell’Echinodorus quadricostatus. Il Pothos, le Cryptocoryne ed il muschio sono gli stessi di 7 anni fa. La gestione della vasca si limita a tutt’oggi solo al reintegro dell’acqua evaporata (con acqua di rubinetto).

 

Andrea Bonito (Entropy)




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