malattia dei puntini bianchi, ictioftiriasi

La malattia dei puntini bianchi, ictioftiriasi

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La malattia dei puntini bianchi, ictioftiriasi è dovuta al protozoo microscopico Ichthyophtirius multifiliis, e’ una delle infezioni più note tra quelle causate da protozoi. Questi protozoi traggono nutrimento dai più minuti vasi sanguigni dell’epidermide e quando sono maturi forano la pelle e cadono sul fondo della vasca.

Qui si riproducono in una spora, dividendosi centinaia di volte, e dopo 36 ore sono in grado di infettare i pesci. L’animale ammalato appare cosparso di puntini bianchi, che si trasformano ben presto in aree più estese, danneggiando la cute. Il prurito è molto evidente e la pelle si stacca a vasti lembi. I danni provocati al rivestimento cutaneo dei pesci consentono anche l’ingresso di altri agenti patogeni.

Megalamphodus affetto da “malattia dei puntini bianchi”. Foto: S. Boccola

Malattia contagiosissima. L’infezione viene sempre trasmessa da pesci appena introdotti che non hanno ancora manifestato i sintomi di ictioftiriasi.

L’Ictioftiriasi è stata descritta per la prima volta verso la fine dell’Ottocento in varie specie di pesci d’acqua dolce; in ogni caso risultano colpiti anche i pesci d’acquario un po’ ovunque e, talvolta, in maniera anche cospicua.

Ciclo biologico

Il nucleo centrale nel parassita adulto ricorda, per la forma, un ferro di cavallo; al nucleo centrale risulta accostato un secondo nucleo piccolissimo che ha funzioni riproduttive. In questo stadio il flagellato, eventualmente insieme ad altri individui, ha capacità infestante.

1) Tomite
2) Capsula resistente sul fondo
3) Formazione di 1000 nuove spore
4) Spore che nuotano liberamente
Illustrazione: Archivio Sera

Il parassita raggiunge la cute del pesce incistidandosi e si sviluppa a spese dell’ospite senza moltiplicarsi. Dopo circa 10-20 giorni e oltre (a seconda della temperatura dell’acqua) esso, avendo raggiunto il massimo sviluppo, lascia la cute dell’ospite colpito, raggiunge il fondo della vasca fissandosi ad eventuali alghe o ghiaia ivi presenti e si avviluppa in un involucro di consistenza gelatinosa.

A questo punto comincia il suo sviluppo partendo inizialmente da due individui e, quindi, sempre per moltiplicazione asessuata lineare, in quattro e così via, fino a raggiungere in meno di 24 ore un numero pari a 2000 nuovi parassiti (i cosiddetti tomiti).

Allorché schiudono essi si presentano muniti di ciglia vibratili che ne consentono il movimento. Questo li mette in condizione di raggiungere nuovi pesci. Più in particolare il parassita si attacca al pesce con la parte priva di ciglia, la quale si comporta anche come bocca perforante.

   
Nella foto 1 è rappresentata la sua “forma di resistenza” che prende il nome di: capsula o cisti Nella foto 2 è rappresentata la nascita delle larve che vengono chiamate tomiti In questa foto è rappresentato un singolo tomite con la caratteristica forma a “ferro di cavallo”. Foto:archivio Sera.

Se, invece, i tomiti non riescono ad agganciare nessun pesce, essi degenerano e muoiono, certamente entro 24-36 ore o anche meno, dal momento della schiusa. Questa fase, tuttavia, secondo alcuni ricercatori può protrarsi anche per 8-10 giorni.

Il parassita incistato nei tessuti.

Per quanto riguarda la localizzazione dei protozoi sulla cute va detto pure che detto attecchimento avviene spesso anche a livello delle branchie; in questa evenienza — come del resto può verificarsi in qualsiasi altra parte del corpo — all’approccio esterno può coincidere o seguire una penetrazione nel derma con interessamento dei vasi sanguigni e delle varie parti muscolari. In genere i parassiti man mano che si spostano determinano la creazione di piccoli cunicoli e, quindi, si incistano.

Sintomi

I sintomi più appariscenti di questa parassitosi sono dati dalla presenza di vari puntini biancastri di diversa grandezza e disseminati un po’ ovunque sul corpo del pesce; l’eventuale interessamento delle branchie comporta in maniera più o meno evidente anche fenomeni di asfissia.

L’esame microscopico a fresco consente di osservare i parassiti in maniera chiara ed essi, in effetti, appaiono più o meno numerosi e mobili in virtù delle numerose ciglia peritriche. All’interno appare un nucleo chiuso sagomato ad u maiuscola o a ferro di cavallo (5); nelle forme giovanili, invece, il nucleo appare più o meno rotondo.

 
Pesci colpiti da Ictio. Foto:archivio Sera.

Trattamento

La cura dell’ictio si effettua con blu di metilene, diluendo 3 ml di soluzione 1:100 ogni 10 litri di acqua dell’acquario. Il trattamento va protratto per almeno tre giorni per distruggere anche i cosiddetti tomiti ancora natanti nell’acqua in cerca dell’ospite. I tomiti sono uno stadio appena schiuso dalle cisti dell’ictio, queste ultime sono resistenti ai medicinali.

Il trattamento termico con temperatura superiore a 30°C può essere efficace solo agli stadi iniziali della malattia e deve durare per almeno tre settimane. I pesci, ovviamente, devono essere resistenti alle alte temperature.

 
Pesci colpiti da Ictio. Foto:archivio Sera.

Alcuni ricercatori consigliano l’uso di acriflavina alla dose di un grammo per 100 litri d’acqua per la durata di tre settimane (1). La durata relativamente lunga del trattamento deriva dal fatto che occorre colpire i tomiti che vagano nell’acqua in cerca dei pesci (3).

È anche possibile, se si preferisce, ricorrere all’uso della formalina che, negli ambienti adatti va utilizzata alla dose di 170-250 mg per litro per la durata di un’ora; in questo caso è necessario cambiare l’acqua dopo il trattamento in quanto la formalina, fungendo da riduttrice, abbassa i livelli d’ossigeno nell’acqua.

Ad ogni modo questi scomodi trattamenti possono essere evitati in quanto esisto in commercio curativi commerciali disponibili in tutti i negozi di acquari altamente efficienti (ad esempio Costawert della Sera).




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