La Cladophora: un’alga ornamentale per l’acquario d’acqua dolce

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La parola alga spesso mette giustamente sull’attenti ogni acquariofilo, specialmente quelli d’acqua dolce; ma da un po’ di tempo ha fatto la comparsa sul mercato una nuova specie…ornamentale. Inizialmente classificata all’interno del Genere Aegagropila (1843), fu ben presto rinominata Cladophora aegagropila (1849) per poi riacquisire nel 2002 il nome originario, Aegagropila linnaei, in seguito a ad uno studio del DNA.
Seppur ancora poco presente nei classici circuiti commerciali, la Aegagropila linnaei, più nota col nome comune di: “cladophora” o “marimo”, sta man mano affascinando nuovi hobbisti grazie alle sue caratteristiche che la rendono un’alga sia utile per la strutturazione degli ambienti, che per l’allestimento delle vasche, grazie alla sua tipica forma sferica, alla rusticità, all’adattabilità unitamente con il diffondersi sempre maggiore degli acquari di piccole dimensioni.
Questa specie è il risultato dell’adattamento di ancestrali alghe marine agli ambienti acquatici d’acqua dolce (Hanyuda et al., 2002), assorbe le sostanze nutritive direttamente dai fusti pluricellulari che la compongono e che si dispongono radialmente dandole la tipica forma a mò di palla. In natura, sfruttando la propria conformazione strutturale, viene periodicamente mossa dai flutti che consentono l’esposizione alla luce di tutti i fusti permettendo una continuata crescita uniforme.
In passato si pensava che questa alga avesse bisogno di 100-200 anni per raggiungere le dimensioni di una palla da tennis, in realtà la crescita è correlata alla disponibilità di sostanze nutritive disciolte in acqua e gli unici dati scientifici esistenti ipotizzano una crescita di 5-10 mm. annua per fusto (Kasselmann, 1999). L’esemplare più grande conosciuto ha una larghezza di 95 cm. e si pensa possa avere un’età di 200 anni, a dimostrazione della rusticità e longevità della specie.

Habitats naturali

La prima descrizione di quest’alga nel suo ambiente naturale risale al 1820, in Austria, dove fu rinvenuta nel Lago Zeller. In realtà questa specie era nota anche in altre nazioni dove era chiamata con diversi nomi. In Islanda, ad esempio, i pescatori del Lago Myvatn la conoscevano come: kúluskítur, ossia: “palla di erba che blocca le reti”, proprio perché veniva ritrovata all’interno di queste al momento della salpata. in Giappone, paese dal quale l’alga ha iniziato la diffusione acquaristica, è chiamata: “Marimo”, ossia “pianta acquatica che rimbalza”, probabilmente per la sua forma e per la sua mobilità in acqua dettata dalle correnti.
Ad oggi la specie è segnalata in diversi stati tra i quali: Svezia, Irlanda, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Turchia, Sri Lanka ed Australia del sud. L’interesse per quest’alga è crescente ed ha raggiunto ormai anche l’Europa dove ha sempre più estimatori.
In Giappone è stata proclamata “tesoro nazionale” dal 1920 e, pur essendo presente esclusivamente nel lago Akan nella prefettura di Hokkaido, viene celebrata annualmente con una festa in suo onore. Una simile strategia protezionistica dell’habitat naturale esiste in Islanda dove la salvaguardia è stata ottenuta mediante la creazione del Parco del Lago Myvatn.
Lo studio delle popolazioni naturali di Cladophora è stato condotto approfonditamente in poche ricerche scientifiche, una delle quali svolta proprio in Islanda tra il Lago Myvatn d’origine vulcanica ed il fiume Laxa nel territorio settentrionale.
Questo habitat è estremamente particolare in quanto si compone di un invaso coperto dal ghiaccio circa 190 giorni l’anno ed alimentato da sorgenti con una temperatura dell’acqua variabile tra i 5° ed i 30°. Pur non essendoci molte notizie bibliografiche, è ben noto che l’originale areale di distribuzione mondiale dell’alga fosse ben più ampio rispetto a quello odierno, ed è stato possibile ricostruirlo solamente mediante lo studio degli erbari conservati dagli istituti di ricerca.


La cartina illustra la diffusione mondiale delle principali colonie di Cladophora aegagropila (2012).

Gli habitats più comunemente colonizzati sono i laghi oligotrofici, con acque ricche di calcio; le alghe possono essere presenti in forma sferica, adese ai substrati di roccia, fluttuanti, o come piccole colonie distaccatesi dalle madri.


Negli habitat naturali le colonie possono essere presenti in diverse forme e posizioni nella colonna d’acqua: nel sedimento (1), in forma circolare adagiate sul fondo (2), in forma estesa sul fondale (3), in forma estesa adagiate su rocce (4), soggetti giovanili distaccatesi dalle madri (5)

Negli ultimi 30 anni in ben più del 50% dei siti originali, l’alga non è stata ritrovata, probabilmente a causa dell’inquinamento e dell’eutrofizzazione (aumento del carico organico) nei laghi che ospitavano le colonie. In maniera particolare sono diminuite le forme che crescono adese ai supporti, le quali risentono maggiormente dei cambiamenti ambientali, rispetto a quelle, ben più note, di forma sferica.

La cladophora in acquario

Questa alga ornamentale sta avendo un successo man mano crescente che, partendo dal sud est asiatico e dal Giappone, sta contagiando anche gli appassionati europei. Uno dei motivi di questo exploit, oltre alla particolare forma che la rende idonea per creare caratteristici scorci paesaggistici in acquari di piccole-medie dimensioni e nei piccoli caridinai, è l’insieme delle caratteristiche ecologiche che la rendono estremamente adattabile a diverse condizioni ambientali e compatibile con la maggior parte dei pesci e dei crostacei d’acquario.


Un acquario in terra akadama ospita muschi e cladophore per creare un layout idoneo per piccoli pesci o caridine

In natura i biotopi naturali presentano valori di pH alcalini, ciò permette a questo organismo di adattarsi ottimamente ai ranges alcalini presenti in molte zone d’Italia le quali acque hanno valori a partire da 7.0. L’illuminazione gioca un ruolo molto importante poiché la cladophora utilizza la fotosintesi, come le comuni piante, manifestando però una maggior duttilità anche in natura dove l’irraggiamento, in termini di intensità ed ore di luce, cambia molto tra i diversi biotopi d’origine.
Il semplice utilizzo di neon T8 è già sufficiente all’accrescimento anche con un’intensità inferiore ad 1 Watt/Litro, un po’ come già noto per piante che si adattano a bassi irraggiamenti come le Anubias o le felci del genere Microsorum.
Personalmente ho utilizzato per due anni un’illuminazione ottenuta con due neon T8 a spettro solare, regolarmente sostituiti ed un riflettore superiore, con un fotoperiodo di 8 ore al giorno, senza notare alcuna modificazione negativa a carico della colorazione e della qualità degli esemplari.
Dal punto di vista della fertilizzazione, risulta già più che sufficiente l’utilizzo di prodotti liquidi completi di macro e microelementi e l’impianto di diffusione di anidride carbonica è un elemento aggiuntivo, sicuramente utile per il lento l’accrescimento dell’alga.
In natura le cladophore si possono riprodurre con due modalità: mediante la formazione di piccole masse, che si staccano dalla piana madre sottoforma di piccoli amassi algali, oppure in seguito alla rottura dell’alga. In acquario la riproduzione può avvenire per formazione di nuovi esemplari che paiono come piccoli ciuffi, oppure tagliando la cladofora e ricostituendo le due metà a mò di palla, tenendo uniti i lembi con dei nodi chirurgici.


Una Cladophora aegagropila ottenuta della suddivisione di un esemplare di dimensioni maggiori. Per ricostruire la forma circolare sono stati posti due punti chirurgici

Tale metodo che ho utilizzato personalmente, è spesso sconsigliato in quanto può portare alla morte della colonia, fenomeno che però, ad oggi, non ho comunque avuto ancora modo di osservare nei miei esemplari.
Pur necessitando di poche cure, è importante ruotare periodicamente le cladophore per mantenere la forma rotonda e controllarne il colore.
Infatti, questo può cambiare in seguito alla deposizione sula superficie di particolato o batteri, in tal caso è sufficiente passare sull’alga dell’acqua corrente per farle riacquistare il tipico colore verde acceso; in altri casi può essere notata sulla superficie la presenza di cianobatteri che la coprono con un sottile strato marroncino, o ancora alghe verdi filamentose. In questi due ultimi casi, dopo l’asportazione degli organismi invasori, è consigliato valutare tutti i parametri chimico fisici dell’acqua per evitare la proliferazione eccessiva di altre alghe infestanti.
Qualora invece l’intera formazione di marimo dovesse acquisire una colorazione marrone o nerastra, purtroppo i soggetti non sono più recuperabile ed hanno subito ingenti danni irreversibli. Le notizie che riguardano l’origine degli esemplari venduti in acquariofilia sono poche.
Dai risultati ottenuti dall’unica indagine commerciale ad oggi condotta, nonostante la riluttanza dei grossisti e negozianti contattati dagli autori, si evince che la maggior parte degli esemplari in commercio proviene da alcuni laghi dell’Ucraina, anche se altri grossisti hanno dichiarato di produrle autonomamente.
Gli esemplari vengono inoltre venduti nel sud est asiatico ed in Giappone, da dove, poi, ritornano sui mercati europei. La vendita degli esemplari avviene spesso online grazie alla loro resistenza; infatti gli ammassi vengono posti all’interno di carta umida in sacchetti ermetici contenenti aria ed acqua.


Un sacchetto per la spedizione contenente due piccoli esemplari, al momento dell’arrivo


Un esemplare, appena tolto dall’imballaggio, ancora posto nella carta umida

In queste condizioni, come è riportato in bibliografia, si ha una sopravvivenza fino a 4 settimane anche se gli esemplari dopo questo periodo necessiteranno sicuramente di un periodo di adattamento maggiore a causa dello stress subito.
La Malaysia è la nazione che concentra il maggior numero di appassionati come dimostrato dalla presenza di un club hobbistico il “Marimo Club” che, grazie alla partecipazione anche di esperti giapponesi, sta cercando sia di creare una classificazione qualitativa in gradi un po’ come avviene già per molti pesci d’acqua dolce.
Questa classificazione si basa sull’aspetto esterno dell’alga e sulle dimensioni.
Il primo criterio le suddivide in categorie: “grado A” le cladophore che esternamente hanno un maggior numero di filamenti, tali da farle apparire non liscie come siamo abituati a vederle, bensì quasi come pelose.


Due piccole marimo di grado A. Gentile concessione del Marimo Club e del Sig. Nigel Koo


Particolare di una baby marimo. Gentile concessione del Marimo Club e del Sig. Nigel Koo

Con “grado B”, sono classificati tutti quegli esemplari che sono diffusi nel nostro hobby, con forma sferica e superficie liscia. Dal un punto di vista delle dimensioni, queste alghe vengono suddivise in 5 classi in base al diametro, a partire dalla “nona marimo” (1cm.), alla “jumbo marimo” (da 8 fino a 15cm.). Qualora correttamente gestite, queste alghe possono vivere fino a 200 anni…
il successo in Giappone ed in tutto il sud est asiatico ne ha permesso una rapida diffusione non solo in ambito acquariofilo, ma ha anche ispirato la creazione di linee di soprammobili, elementi di arredo, accessori all’interno dei quali sono presenti piccole cladophore e di una linea di giocattoli con i personaggi rappresentati da cladophore antropomorfizzate.
Un forte impulso commerciale è derivato anche dalla tradizione popolare arricchita da una leggenda che narra la storia della figlia di un capo tribù che viveva nei pressi del lago Akan in Giappone. innamoratasi, contro il volere della sua famiglia, di un contadino, dopo essere scappati insieme si trasformarono in una cladophora. Da quel giorno, quest’alga è diventata simbolo d’amore e viene scambiata tra i fidanzati.

L’autore desidera ringraziare il Sig. Nigel Koo ed il Marimo Club Malaysia per le informazioni concesse.
Autore:

Dr. Alessio Arbuatti
Medico Veterinario

 

 




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