Autore: Francesco Turano
Autore Foto: Paolo Fossati
Il fotografo naturalista
Spesso si parla di fotografia subacquea facendo riferimento
a tecniche di vario tipo, a foto d’ambiente o macro, ad
attrezzature e loro uso adeguato e altro del genere. Molto
raramente si pensa invece che dietro una fotografia ben
riuscita, in qualsiasi ambiente essa venga realizzata quindi
anche sott’acqua, c’è qualcosa in più, qualcosa di diverso,
che caratterizza e distingue le immagini di chi fotografa
in natura.

Per il fotografo naturalista, vero amante della vita nel
mare e sulla terra, è la conoscenza approfondita dell’ambiente,
della flora e della fauna, che fa la differenza nel risultato
raggiunto. Nel caso del fotosub naturalista, le immersioni
continue, la conoscenza di quella biologia marina vissuta,
e non solo letta sui libri, la pratica di muoversi in determinati
ambienti e situazioni e la conoscenza di un minimo di etologia
di ogni specie, ovvero del comportamento di un pesce di
fronte al fotografo, delle sue reazioni e delle sue abitudini
principali, sono armi vincenti per puntare alla realizzazione
di immagini in un certo senso particolari, dove è la natura
la vera protagonista.

Questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere qualcosa
(dopo vent’anni trascorsi fotografando prevalentemente la
fauna marina mediterranea, di giorno e di notte, d’estate
e d’inverno) che possa essere d’aiuto a coloro che si avvicinano
a questa attività non particolarmente semplice, che richiede
una quantità indefinibile di passione e spirito di sacrificio,
oltre che, come requisito base, la possibilità di immergersi
con una certa frequenza e in certi luoghi.
Oggi, specie in Mediterraneo, la conoscenza dei siti più
interessanti è diventata il punto di partenza per il raggiungimento
dello scopo, visto che purtroppo si assiste a un progressivo
impoverimento degli ambienti e ad una graduale riduzione
della biodiversità. Occorre essere bravi subacquei e bravi
fotografi e si devono fondere le due cose, provando a produrre
del materiale valido. Ma per “fare” ciò che intendo, cioè
fotografare la vita nel mare, e non il subacqueo in posa
dietro a una gorgonia o sullo sfondo di tutte quelle foto
che vengono poi chiamate foto d’ambiente, è necessario conoscere
anche “quel qualcos’altro” che è la vita nel mare nel vero
senso della parola, quell’insieme di creature che sott’acqua
vivono nuotando o stando a contatto col fondo, o che ancora
si lasciano trasportare dalle correnti…

Solo così si potranno ottenere immagini diverse, a volte
uniche e irripetibili. Questo non significa che le nostre
fotografie, per quanto belle, possano essere utilizzate
per lavorare in modo normale. Un fotografo professionista,
che per esempio lavora vendendo le proprie immagini a riviste
di settore, dovrà combattere con realtà contorte, legate
a contratti pubblicitari e a sistemi che, in un modo o nell’altro,
penalizzano non solo il lavoro svolto ma anche il lettore
della rivista, che si troverà a leggere articoli con foto
non belle e contenuti frivoli, per un motivo ormai ben chiaro:
testi e foto vengono pagati molto poco e il materiale fornito
dai fotografi è spesso, di conseguenza, piuttosto scadente.
Ma questa è una storia sulla quale è meglio non dilungarsi…
Tornando a noi, vediamo invece quali sono, più nel dettaglio,
le qualità che deve affinare un fotografo subacqueo che
vogliamo a tutti i costi definire “naturalista”. Forse basterebbe
dire che funziona un po’ come sulla terraferma. Ci sono
appassionati di caccia fotografica che passano mesi in natura
con i loro potenti teleobbiettivi e ci sono cultori del
paesaggio che visitano i luoghi centinaia di volte prima
di vederli con la luce giusta per fare realizzare le immagini
che cercano.

Sott’acqua dovrebbe funzionare pressappoco così: chi ama
la natura impara a conoscerla frequentandola, quindi immergendosi
di continuo e imparando a familiarizzare con le attrezzature
e il loro uso, in tutte le condizioni possibili. Ma ricordiamoci
che non è un bravo fotografo solo colui che è padrone della
tecnica di ripresa e/o profondo conoscitore dell’attrezzatura
che usa, ma lo è chi, una volta presa confidenza con i propri
strumenti di lavoro, li usa bene per il suo scopo. Si può
imparare ad usare i pennelli e a mescolare i colori frequentando
una scuola d’arte, ma non si sarà mai dei veri artisti se
non ci sarà quel non so che di diverso che fa la differenza
e che si chiama “gusto”, quel saper vedere le cose con occhi
propri offrendo una interpretazione della realtà con un
taglio del tutto personale e riconoscibile tra tanti.

Premesso tutto ciò, verifichiamo alcuni aspetti legati
all’azione di ripresa vera e propria. Fondamentale a tal
proposito è la distinzione tra i diversi tipi di attrezzature
e, di conseguenza, i diversi modi di fotografare. Fino a
poco tempo fa si cominciava l’attività con una Nikonos e
il suo corredo, unica fotocamera anfibia esistente, per
poi passare, col tempo, a corpi macchina per così dire “terrestri”,
scafandrati in involucri di tipologia e materiali vari.
Tale passaggio veniva considerato una sorta di evoluzione
del fotografo. Per me non è mai stato così, poiché ritengo
i due sistemi siano utili per scopi diversi; quindi l’uno
non sostituisce assolutamente l’altro. Di certo una macchina
scafandrata offre il vantaggio della visione reflex rispetto
a una Nikonos, ma l’ingombro e il dover guardare la scena
attraverso il mirino penalizza molto la fotocamera in custodia,
spesso limitante in determinate situazioni, quando cioè
le foto sono realizzabili in meno di un secondo, e l’attimo
fuggente non consente di indugiare.

La verità è che l’uso di una Nikonos, con il vecchio mirino
galileiano e la necessità di stimare ad occhio le distanze,
diventa difficile da usare al cospetto degli automatismi
e delle ampie possibilità offerte dalle macchine terrestri
scafandrate. Tra l’altro la delicatezza di una Nikonos,
facile da allagare se non revisionata almeno una volta all’anno,
ha portato all’uso, da parte dei più, degli scafandri, che
tra l’altro si sono evoluti e perfezionati sempre di più.
E non abbiamo ancora parlato del digitale, recentemente
causa di veri e propri sconvolgimenti nel modo di operare
di tutti noi fotografi. Sono nate così delle diverse correnti
di pensiero: quella dei fotografi che usano ancora la pellicola,
quella dei fotografi “digitalizzati” in toto e, non ultima,
quella dei fotografi che usano pellicola e digitale secondo
i casi, sfruttando le caratteristiche positive dei due sistemi.
Personalmente preferisco lavorare sott’acqua con la cara
vecchia pellicola, ancora oggi insostituibile per resa cromatica
e qualità dei risultati.
Nessuna videoproiezione con l’uso di un pc può eguagliare
la qualità della classica proiezione di diapositive, anche
se, bisogna ammettere, nel settore delle stampe fotografiche,
il digitale consente di ottenere ottimi risultati. Bisogna
quindi valutare bene, specie se si pensa al costo di una
reflex digitale scafandrata (pari a quello di un’autovettura
utilitaria) e al fatto che, dopo aver investito un capitale,
la nostra reflex viene superata e riproposta dopo poco tempo
in una nuova versione, come accade con i pc ormai da tempo.

Ma andiamo in acqua e vediamo di operare di fronte a situazioni
concrete. Sarebbero necessarie molte pagine e un vero e
proprio corso di fotografia con orientamento naturalistico,
dedicato ai subacquei. Mi limiterò pertanto a ricordare
che la pratica, come sempre, è determinante: in acqua dobbiamo
essere più o meno tranquilli come a casa nostra, nuotare
all’incirca come un pesce, dimenticarci di essere in un
ambiente che non è il nostro e diventare tutt’uno con le
nostre nuove appendici (strumenti, attrezzature varie, ecc.);
solo così, con la disinvoltura di un essere acquatico, potremo
concentrare tutta la nostra attenzione sulla ripresa fotografia.
Contestualmente dovremo osservare con cognizione di causa,
imparando a “leggere” tra le pagine del mondo sommerso.
I vari ambienti, con roccia, fango, prateria, detrito, saranno
i nostri campi di lavoro dove cercare i soggetti da isolare
abilmente, per dar loro il giusto risalto. La nostra interpretazione
della natura sarà evidente nelle immagini e, se saremo stati
bravi, la nostra impronta e il nostro stile saranno senza
dubbio riconoscibili tra tanti.

Ma come ci si avvicina a un pesce diffidente, come si fotografa
durante la notte, quando la vita esplode nel buio, e quali
sono gli accorgimenti che un fotosub deve usare nelle diverse
situazioni e alle diverse profondità? Lo vedremo insieme
in un prossimo articolo, dove avremo modo di scoprire che
una conoscenza di base di etologia, ecologia e biologia
marina saranno il supporto giusto, alle osservazioni dirette
in natura, per la riuscita di un gran numero di immagini
di forte impatto.
Nelle immagini, realizzate da Paolo Fossati, l’autore
dell’articolo ripreso mentre fotografa sott’acqua in Mediterraneo,
suo campo d’azione preferito.