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Jurassic Fish: tra mito e realtà.
Esistono reperti fossili dei progenitori di questi pesci
che datano 55-35 milioni anni fa (Eocene, periodo Terziario
dell’era Cenozoica. Epoca in cui – tra l’altro
– iniziarono ad apparire i primi mammiferi. Per restare
nell’ambiente acquatico – a noi più consono
- allo stesso periodo risale Latimeria chalumnae, che oggi
è conosciuta come Celacanthus o Celacanto). Gli Arowana
sono oggi conosciuti (diciamo “tecnicamente”)
col nome di Osteoglossidi (letteralmente “lingua d’osso”,
si tratta in realtà di un osso – dotato di denti
- posto nella parte inferiore della bocca, la “lingua”
appunto, che “morde” contro il palato). Sono pesci
con un’ampia diffusione che spazia dal Sud-America all’Australia,
passando per Africa e Estremo oriente.
Questa loro origine che si perde nelle nebbie del tempo,
assieme ad altre credenze (tipicamente orientali), conferisce
a questi pesci un fascino sottile che non mi lascia indifferente,
ma andiamo oltre:
Classificazione scientifica.
Questa, per dovere di esposizione - ed in estrema sintesi
- la loro posizione tassonomica (nell’esempio quella
dell’Arowana amazzonico):
Famiglia: Ostoglossidae
Ordine: Osteoglossiformes
Classe: Actinopterigi (pesci con pinne raggiate)
Genere: Osteoglossum
Specie: bicirrhosum
Tutti gli Arowana (e più in generale gli Osteoglossidi):
Raggiungono taglie ragguardevoli facilmente vicine/superiori
al metro, (e nel caso di Arapaima gigas addirittura estreme).
Hanno un tasso di crescita (specie nel primo anno) molto veloce.
Sono incubatori orali maschili, la cui prole ha – al
momento del rilascio – una dimensione di 5/6 cm.
Sono – tra di loro – aggressivi, territoriali
ed intemperanti come e peggio dei ciclidi, cosa che –
unita alla loro taglia – rende l’allevamento di
questi pesci una sfida complessa, specie se non ci si vuol
limitare all’esemplare singolo.
Sono – in Sud-America e più che mai in Australia
tra le prede più ricercate dai pescatori sportivi in
ragione della taglia, combattività e resistenza.
I diversi tipi di Arowana:
1) Arowana amazzonico.
Sono due (nome comune in Brasile: Aruanã),
Osteoglossum bicirrhosum (presente in tutto il bacino
amazzonico),
Osteoglossum ferreirai (endemico del Brasile, sistema
fluviale del Rio Negro).
Questi pesci sono commercializzati – nel nostro hobby
- con i nomi comuni di Silver Arowana. (il primo, che è
probabilmente l’Arowana più comune in acquario)
e Black Arowana (il secondo, meno comune e sulla cui eventuale
disponibilità potrebbe pesare in maniera significativa
la pesante “stretta” alle esportazione di pesci
d’acquario recentemente imposta dall’IBAMA, in
Brasile).
Sono entrambe pesci molto robusti e, prescindendo dalle taglie
raggiunte, relativamente facili da allevare, va in ogni caso
attentamente considerato che dimensioni nell’ordine
dei 100 cm (un metro!) non sono infrequenti anche in cattività.
La vasca e tutti i servizi vanno – quindi – attentamente
pianificati e dimensionati in conseguenza. Nei primi mesi
di vita la crescita è esplosiva anche più centimetri
in un mese e quindi attenzione a non sottostimare i tempi
tecnici per l’installazione/avviamento della vasca destinata
a contenerli.
Areale di distribuzione: Amazzonia.
Sono presenti, grossolanamente, nell’intero bacino
amazzonico. Essendo relativamente sensibili ai bassi livelli
di ossigenazione, incrociano anche in acque basse da cui saltano
con facilità ad altezze considerevoli per predare animali
(inclusi gli uccelli) che si trovano sopra il pelo dell’acqua.
Si muovono in ambienti (soggetti a forte stagionalità
pluviale) dalla chimica dell’acqua soggetta a forti
variazioni.
2) Arowana asiatico.
Scleropages formosus: (in tutte le sue varianti
di colore naturali e/o selezionate) resta, generalmente, più
piccolo (circa 50/60 cm). La particolare valenza che il Feng
shui assegna a questo pesce ed un insieme di credenze tipicamente
estremo orientali fanno si che il “Dragon Fish”
(se commercializzato con tutti i dovuti “crismi”,
ovvero la documentazione CITES, vedi sotto) spunti sul mercato
acquariofilo prezzi (anche) nell’ordine di migliaia,
e in certi casi anche di parecchie migliaia, di dollari.
Areale di distribuzione: Sud Est asiatico.
Popolano le acque acide (con elevate concentrazione di acidi
tannici in soluzione) che scorrono all’interno delle
foreste (in Malesia, Indonesia, Vietnam, Burma) si nutrono,
all’inizio, di insetti poi, col crescere, passano a
predare pesci anche di taglia. Esistono varie “colorazioni”
in natura che sono – in moltissimi casi - enfatizzate
dagli allevamenti commerciali, (talvolta anche usando ormoni)
e/o usate per produrre ibridi commerciali, meritano di essere
citati almeno: Gold (oro, dalla Malesia), Gold-Red Tail (oro-coda
rossa, dall’Indonesia), Red (rosso nelle sue diverse
gradazioni/tonalità, ancora dall’Indonesia),
Green (verde, da Vietnam, Burma, Thailandia, Malesia).
3) Arowana africano.
Heteriotis niloticus: origina dal Nilo e fiumi correlati.
Non ha – in pratica – alcun un mercato acquariofilo.
Arriva ad un metro di lunghezza ed è prevedibile, vista
la taglia raggiunta, possa avere - in loco - un certo valore
edule/commerciale (pesca ed attività correlate). Altro,
mio malgrado, non posso aggiungere.
4) Arowana australiano.
Sono anche questi due:
Scleropages jardini
Scleropages leichardti
Sono rinvenuti in specie nell’area settentrionale del
continente australiano. In loco sono conosciuti col nome comune
di “Saratoga” (ma anche, secondo alcuni, di “Barramundi”).
Raggiungono una taglia molto simile a quella dei loro omologhi
Sud-Americani, anche per questi pesci, sebbene meno accentuata
rispetto agli asiatici, esiste una certa variabilità
cromatica (che riguarda principalmente S. jardini) che spazia
dal rosso, oro, rame, nero violaceo, sino al rosa e verde.
Si ritiene che il colore sia – per loro come per tutti
gli Scleropages – funzione dell’ambiente in cui
si trovano a vivere.
Areale di distribuzione: Australia.
Vivono in acque ferme nel nord-est del continente, e sono
rinvenuti vicino alla superficie, dove – nascosti tra
la vegetazione – cacciano all’agguato. Fondamentalmente
onnivoro con il crescere arriva ad includere nella sua dieta
insetti acquatici, crostacei, pesci e una certa quantità
di sostanza vegetale. Riproduce – prima della stagione
delle piogge – con temperature dell’acqua nell’ordine
dei 30° C.
5) Gli altri Osteoglossidi.
Arapaima gigas (nome comune in Brasile come: Pirarucu)
E’ – forse – il pesce d’acqua dolce
più grande del mondo potendo raggiungere i tre metri
e (si dice) i quattrocento chili di peso. Vive nel bacino
amazzonico dove è considerato una importante fonte
di cibo, anche se i colossi appena menzionati sono divenuti
purtroppo rari. Avendolo assaggiato posso testimoniare che
le sue carni sono molto gustose. Cito per finire, a titolo
di curiosità, che una scaglia (una sola, viste le sue
dimensioni ...) di questo pesce è un eccellente “gadget”
per turisti: costituisce, per le signore, un’ottima
... lima per unghie!
La normativa CITES.
Scleropages formosus (in tutte le sue varianti, incluse quelle
selezionate in allevamento) è considerato specie a
rischio, e come tale inserita – ormai da molti anni
- nelle restrizioni CITES (in appendice due della normativa
stessa, per dovere di chiarezza).
Un Arowana asiatico (che ricordo è l’unico iscritto
nelle liste CITES) recherà inserito sotto pelle - a
testimonianza delle liceità della sua provenienza -
un chip elettronico (emettente una specifica radiofrequenza)
che – mediante un apposito “lettore” - consentirà
al personale CITES, ovunque nel mondo e con assoluta certezza,
la sua identificazione.
Questa procedura non invasiva, nell’attuale epoca di
miniaturizzazione avanzata, per un pesce di dimensioni adeguate
(anch’esse – in relazione alla commercializzazione
- sono fissate dalle norme CITES) è l’unica che
da la ragionevole certezza di trattare un Arowana (Scleropages
formosus) di provenienza (e nascita) corrette.
La detenzione e/o il commercio illegale di tutti gli animali
(oltre che piante e/o loro parti) presenti nelle liste CITES
può avere conseguenze legali – oltre che pecuniarie
– veramente pesanti per tutti coloro che – a qualsiasi
titolo – ne siano coinvolti. Ovviamente quanto scritto
sopra NON è – e neppure vuole essere - terrorismo
psicologico, ma - al contrario - è un preciso invito
alla correttezza ed al rispetto delle regolamentazioni in
materia.
Gli Arowana ed il Feng shui.
Il Feng shui (letteralmente significa "vento e acqua”:
il vento trasporta le nuvole gonfie di pioggia, di quella
acqua, senza la quale nessuna forma di vita è possibile)
è l’antica scienza che si occupa della lettura
ed interpretazione del paesaggio ed ambienti in cui l’uomo
si trova a vivere allo scopo di evitare gli influssi negativi
di varia natura che possono colpirlo.
Questa pratica (le cui origini si perdono nel tempo e si
dice risalgano alla Cina ed al Tibet di seimila anni fa) consta
di un insieme di tradizioni, di nozioni di filosofia, religione
e medicina, di pratiche rituali, di testi la cui comprensione,
come l’uso dei relativi precetti richiedono, ad un occidentale,
un particolare - e non facile - approccio legato alla comprensione
della “geomanzia”: ovvero al rispetto degli equilibri
sottili (fra la terra ed il cielo), aventi lo scopo di rendere
favorevoli agli insediamenti umani le energie del luogo.
Questa antichissima tradizione è molto radicata in
Cina, Hong Kong ed in gran parte dell’estremo oriente
tanto che, ancora oggi, ed anche negli aspetti della vita
quotidiana il parere del Maestro di Feng Shui è tenuto
in estrema considerazione.
Un buon maestro di Feng shui saprà certamente consigliare
– nell’ambito della casa - la posizione più
adatta per la vasca dell’Arowana come pure la specie,
appunto, più adatta al vostro benessere psichico e
fisico. Questo pesce è conosciuto in oriente con nome
comune di Dragon Fish, ed il Dragone (specie se rosso) è
da sempre ritenuto un animale “portafortuna” nella
filosofia cinese, e non solo.
Quanto sopra asserito, forse, farà sorridere noi occidentali
(cosiddetti “scettici e materialisti”) ma quando,
anni fa, comunicai alla “mail list” di allevatori
di Arowana che frequentavo (ovviamente localizzata in estremo
oriente: Singapore e dintorni) la necessità/intenzione
di separarmi dal mio Arowana ricevetti – anche in privato
- più di un messaggio che, con discrezione e sussiego,
mi consigliava di recedere dal mio proposito, perché
“non si sa mai” ...
Un intenso primo piano di un esemplare di Osteoglossum
bicirrhosum (foto archivio MCH).
Prendersi cura di un Arowana.
La vasca, dimensioni ed arredamento
Questo è uno dei punti cardine, anzi forse è
IL punto: la “regola aurea” – abbastanza
teorica - recita che la vasca dovrebbe avere una dimensione
di lunghezza almeno TRIPLA rispetto alla dimensione finale
del pesce e altezza e profondità almeno DOPPIA. Va
da se che se applicata alla lettera questa regola esclude
– quasi in toto – la possibilità di allevare
questo pesce in una vasca “domestica”, nella realtà
le cose non sono proprio così, anche se poi non cambiano
di molto.
Con la premessa che spesso (in estremo oriente dove questo
pesce è allevato – talvolta – per motivi
“fideistici” o quasi) si esagera all’estremo
opposto ovvero una vasca troppo piccola: ritengo che una vasca
con capacità di 750/1.000 (si, mille!) litri possa
andar bene per un Arowana, specie se asiatico stante la loro
minore dimensione da adulti, ma potendo eccedere sarebbe bene
non farsi pregare!
Tenete bene a mente che gli Arowana (tutti) sono eccellenti
saltatori, capaci di usare il fondo (della vasca, nel nostro
caso) per “darsi la spinta”; e coprite molto bene
la vasca. Va anche considerato che lo spazio per il nuoto
(quale che sia la dimensione vasca) sarà in ogni caso
limitato ed è quindi bene non eccedere negli arredi
evitando - più che mai – qualsiasi oggetto che
presenti punte/bordi/spigoli taglienti ... le piante (sempre
con l’attenzione volta al non rubare spazio) andranno
scelte fra quelle rustiche e poste ai lati/fondo della vasca.
E invalso, da parte di molti esperti l’uso di vasche
nude, senza fondo: personalmente non amo una simile scelta,
il riflesso del vetro (al fondo) può creare fastidi
all’Arowana anche se come si evince dalle foto che seguono
in alcune situazioni anch’io sono stato costretto a
farvi ricorso.
Filtrazione e cambi d’acqua
La prima (filtrazione) dovrà essere iperdimensionata
(evitando per quanto possibile l’acqua troppo mossa,
pur mantenendola ben ossigenata) e possibilmente basata su
più di un elemento filtrante, mentre i cambi d’acqua
imporranno un attento studio dell’operatività
“spiccia”: cambiare, magari ogni dieci giorni,
parecchie centinaia di litri d’acqua, a forza di braccia
e taniche, può diventare, come dire ... fastidioso!
In ogni caso manterremo la temperatura dell’acqua tra
i 24° e 28/30° C.
Tra le unità filtranti più utilizzate ci sono
i grossi filtri esterni (che presentano il vantaggio di non
“rubare” spazio in vasca), sovente posti in batteria
(ma installati singolarmente in modo da garantire un certo
effetto di “fault tolerance”) ed utilizzanti –
in caso - piccoli filtri interni come pre-filtro, caricati
solo con ovatta sintetica in modo da poter intervenire alla
bisogna – anche a distanze di tempo ridotte –
senza inficiare, se non minimamente, il lavoro delle colonie
batteriche. Con simili bestioni che “spinnettano”
in vasca la gestione del carico biologico deve essere sempre
ben pianificata e gestita: ricordate che una Scleropages può
esservi costato, facilmente, qualche migliaio di dollari.
Luce
Non è, a differenza di altri, un aspetto topico. Una
volta che è stata rispettata la predilezione di questi
pesci per ambienti non eccessivamente illuminati, all’occorrenza
si possono utilizzare (per “schermare”) delle
piante galleggianti e/o estratti di torba o simili acidi tannici.
Compagni di vasca, territorialità ed
aggressività degli Arowana
Gli eventuali compagni di vasca (sempre tenuto presente le
ferree richieste in termini di spazio) saranno tutti quei
pesci che non passano – sarebbero considerati cibo –
per la enorme bocca del nostro amico: facendo bene attenzione
a non sottostimarne la ... “capienza”, per fare
qualche nome: grossi catfish (loricaridi, pimelodidi - con
le dovute attenzioni - e non solo), potamotrigonidi (razze
d’acqua dolce anche qui con qualche cautela), grossi
ciclidi non eccessivamente rissosi (ad esempio come Astronotus
ocellatus) ma anche Datnioides sp. e simili ... insomma una
bella accolita di “teppisti”!!!
Tutti gli Arowana (gli australiani al massimo grado, si dice)
sono aggressivi, territoriali ed intemperanti e – in
conseguenza di ciò, vanno allevati da soli o in gruppo
(cinque/sei pesci o più, potendolo fare ...)
Alimentazione
Altro argomento da considerare con attenzione. Come “regola
generale” gli Arowana preferiscono, come in natura,
cibo vivo, anche se – “lavorando” con esemplari
giovani - è possibile aggirare l’ostacolo con
relativa facilità. Nella mia esperienza con l’Arowana
sono ricorso al cibo vivo (sincerandomi bene della sua qualità)
solo in momenti in cui ero preoccupato per la salute del mio
pargoletto, il “vivo” (trascurando per un attimo
l’aspetto “etico” della faccenda cui, ovviamente,
il pesce non è interessato) scatena “l’istinto
della caccia”, aumentandone l’attività,
la reattività, la soglia di attenzione e, conseguentemente,
la disposizione ad accettare il cibo ...
Va bene, ma cosa mangiano in natura gli Arowana? Di tutto,
per dirla in breve: anfibi, insetti di grossa taglia, pesci
e sin anche uccelli che si posano sui rami sopra l’acqua
... ...
In vasca (per pesci di dimensioni modeste) forniremo pellets
di vario tipo oltre a surgelato di piccole dimensioni, passeremo
poi a gamberi (eccellenti quelli da cocktail), ad anelli di
totano e/o filetti di pesce (freschi e/o surgelati). Non ho
mai fornito, benché consigliato nei “sacri testi”,
cuore di bue perché trovo scorretto alimentare i pesci
con sostanza proveniente da animali a sangue caldo, anche
se con gli Arowana – visto ciò che accade in
natura – non dovrebbe essere, come si suole dire, peccato
mortale!
E veniamo – da ultimo - al “vivo”: grilli
(molto apprezzati), cavallette (parimenti gradite, ma mi sono
sempre rifiutato perché, per evitare complicazioni
digestive, occorre spezzare loro – preventivamente –
le zampe lunghe ...), camole del miele e della farina (come
i grilli reperibili nei negozi di erpetologia), ultimo ma
non ultimo, sempre parlando di “vivo”: rane e
pesci di dimensioni “congrue” rispetto al nostro
Arowana ... In tutti i casi, vista la voracità dei
soggetti, occorre fare ben attenzione a non alimentarli eccessivamente.
Per finire un suggerimento: attenti ai compagni di vasca
che inserite, potrebbero – dal punto di vista del vostro
“teppistello” – essere considerati cibo:
è successo (e fu un marchiano errore di valutazione)
con una Cyphotilapia frontosa di buona taglia ed ho visto
Oscar “ben piazzati” scappare, a gambe levate,
a nascondersi, insomma ... ... ... OCCHIO!!!
Malattie
Gli Arowana (che in natura sono predatori di sovente “opportunisti”:
attaccano e predano esemplari inesperti, isolati dal branco,
malati e come tali dalle limitate capacità difensive
od anche animali in età avanzata) sono, per tutto quanto
appena detto, animali robusti ma, ciò non di meno,
qualcosa può andare “storto” ...
Occhio sporgente: tipico degli Arowana sud-americani,
l’occhio – spesso a causa di alimentazione sbilanciata
– tende a sporgere dall’orbita (e piegarsi in
basso), per un eccesso di grasso che si crea dietro il bulbo
stesso. Altra causa può essere (stante l’abitudine,
in natura, degli Arowana di cacciare in superficie) il costringerli
a guardare verso il basso per cercare il cibo (cosa abbastanza
plausibile somministrando cibo di grosse dimensioni, che tenderà
ad affondare). Facilmente si presenta, ma ne ignoro le cause,
ad un solo occhio. La cura – che non sempre è
efficiente – è semplice: costringere il pesce
a guardare in su: esempio “schermando” le pareti
dell’acquario (gli Arowana sono pesci curiosi), oppure
mettendo qualcosa a galleggiare sul pelo dell’acqua
(esempio: una pallina da ping pong) in modo da attirare l’attenzione
del pesce stesso. A puro titolo di curiosità cito l’ultima
opzione: trasferire all’aperto in laghetto di adeguate
dimensioni, indubbiamente potendolo fare ... ... Io alimentavo
il mio Arowana fornendogli da mangiare con pinze del chirurgo
(quindi tenendo il cibo sempre in alto), ma non riuscii a
scongiurare del tutto il problema.
NOTA: la presenza di una simile “imperfezione”
non inficia in alcun modo la qualità della vita dell’Arowana,
e va quindi considerata – forse – una sorta di
“anomalia estetica” piuttosto che una vera malattia.
Il mio Arowana (vedere sotto) ne soffriva, moderatamente,
ad un occhio.
Branchie (opercoli) piegate e/o incurvate:
patologia solitamente dovuta ad acqua di cattiva qualità
(eccesso di nitrati) e/o vasca di dimensioni insufficienti.
Indica una condizione di pesante malessere dell’esemplare
allevato e va considerato con estrema attenzione potendo facilmente
evolvere in maniera negativa. Si suggerisce di intervenire
rapidamente sulla qualità dell’acqua per migliorarla,
e di curare particolarmente la qualità del cibo fornito.
Spina dorsale incurvata (deformata): si presenta, ancora,
a causa di un eccesso di nitrati, ma più ragionevolmente
per mancanza di spazio (il pesce non può “distendersi”
come vorrebbe). Gli Arowana australiani (caratterizzati da
una minore flessibilità della colonna vertebrale) richiederanno
– per evitare problemi al riguardo – vasche ragionevolmente
più grandi.
Altro: infezioni e/o parassitosi diverse possono presentarsi
(come per altri pesci) in caso di precaria igiene e/o cattiva
gestione della vasca. In simili situazioni i medicinali del
caso andranno usati con estrema circospezione stante l’ipersensibilità
di questi pesci alle medicine. Non lesinate, più che
mai in simili condizioni, sui cambi d’acqua.
Varie ed eventuali
A titolo di curiosità: il “salto” (fuori
della vasca) è la principale causa di morte degli Arowana
allevati in acquario, e così è successo al mio,
un “Silver” Arowana (Osteoglossum bicirrhosum),
giunto in poco più di cinque anni alla rispettabile
taglia di 105 cm.
Ancora titolo di curiosità: il mio Arowana prese,
ad un certo, a rifiutare il cibo (fresco, surgelato o vivo
che fosse ...) in maniera “cocciuta”, iniziando
– dopo parecchi giorni di inappetenza - a mostrare un
ben plausibile ventre scavato che era sintomo del “malessere”
che aveva contratto (ragionevolmente una parassitosi interna).
Dopo aver esperito, con crescente preoccupazione e senza
successo, ogni tentativo di terapia tradizionale decisi, perso
per perso e dopo aver consultato alcuni guru orientali con
cui all’epoca ero in contatto, un approccio “shock”:
lo pescai/estrassi dall’acqua e tenendolo ben fermo
lo costrinsi ad ingoiare mezza compresa di un antibiotico
(ad uso umano) a largo spettro seguito – per evitare
“rigurgiti” – da un grosso gambero. L’operazione
fu svolta con l’ausilio di una “pinza medica”
e – escludendo l’acqua venne schizzata in ogni
dove ... – si concluse rapidamente e senza danni. L’altra
mezza compressa venne sciolta in acqua ed il “mescolone”
che ne risultò venne versato in vasca: dopo di che
il pesce venne lasciato tranquillo (a luci spente) per ulteriori
quarantotto ore ... Quando, trascorsi i due giorni, mi riavvicinai
alla vasca (per tentare di nutrirlo) venni quasi “aggredito”:
un simile pesce, con due settimane di digiuno, diviene - quando
“fiuta” il cibo – incontenibile. Insomma
... ERA GUARITO!!!
La mia esperienza con Junior (Osteoglossum bicirrhosum).
La disponibilità degli Arowana per
il nostro hobby inizia (dapprima negli USA, per motivi credo
geografici e logistici) intorno alla metà del secolo
scorso, ed è ragionevole pensare che la sua forma inusuale
(osservate le lunge pinne superiore/inferiore, il sinuoso
nuoto quasi “serpentiforme”, i due bargigli sul
margine del labbro inferiore) e il suo status di “fossile
vivente” abbiano aiutato la sua diffusione, magari facendo
sottostimare altre problematiche (tra le quali, in primo luogo,la
taglia finale). Aggiungiamo che – dal punto di vista
commerciale – questi pesci non sono molto importanti:
un giovane Arowana amazzonico è venduto – al
dettaglio – per qualche decina di euro se va bene ...
L’approvvigionamento degli Arowana venduti sul mercato
acquariofilo – adesso le cose sono cambiate essendo
subentrato l’allevamento industriale anche per questi
pesci - è stato per lungo tempo garantito dalla cattura
a fini alimentari di esemplari adulti, da parte dei pescatori
locali: sulle piccole canoe amazzoniche non si va per il sottile
e la testa del pesce catturato (ad evitare reazioni inconsulte
dello stesso) viene mozzata rapidamente, dal pesce (ricordo
che trattasi di incubatore orale maschile) usciranno quindi
– per forza di cose – eventuali uova/larve/avannotti.
Per motivi evidenti (incubazione in corso) una simile cattura
sarà avvenuta con l’arpione, un eventuale uso
dell’amo escluderà, per forza di cose, l’eventualità
di un pesce “incubante”, che – in quella
fase – non si nutre.
I piccoli senza troppi complimenti, trattandosi di un “sottoprodotto”
di pesca alimentare di modesto/nullo valore, saranno ospitati
in un secchio per essere poi avviati al punto di raccolta
dell’esportatore locale (o del suo referente) di pesci
tropicali. In questo modo – se già sufficientemente
sviluppati al momento della cattura – è possibile
che molti giovanili, altrimenti destinati a morte certa, possano
sopravvivere ... avendo come obiettivo un acquario.
Un simile modo di raccolta è del tutto particolare,
oltre che ... involontario essendo ben difficile riconoscere
l’effettivo stato del pesce al momento del lancio dell’arpione,
e porta come conseguenza l’arrivo nelle vasche degli
appassionati di pesci (dopo la solita trafila che termina
nel negozio dove lo acquisteremo) che sono – se va bene
– molto stressati ... se poi dovesse essere presente
il sacco vitellino, anche solo in parte, la cosa è
più complessa e maggiore sarà la possibilità
che ... “finisca male”.
Questo è stato il caso del mio Arowana, un esserino
di qualche centimetro con ancora appeso un chiassoso sacco
vitellino giallo/aranciato, solo parzialmente assorbito. Stante
la taglia effettiva, al momento in cui mi fu affidato, e quella
... prevista (ove avesse raggiunto l’età adulta)
si vide imporre il nome scherzoso di ... Junior! Gli porterà
fortuna ...
Come regola generale sino a che il sacco vitellino è
presente (anche in forma minima) il piccolo Arowana non avrà
alcun interesse per il cibo, in seguito vi troverete a dover
gestire una sorta di ... “tubo aspirante” in continua
crescita. La teoria più accreditata recita –
ad assorbimento completato - di mettergli in vasca una manciata
di giovani pecilidi e lasciare poi che il suo istinto faccia
il resto. Personalmente decisi, invece, di tentare la via
del cibo “artificiale” con scaglie e piccoli pellets
di mangimi a base, quasi completamente, di sostanza “animale”
aggiungendo un buon integratore vitaminico. Se il vostro Arowana
non si vorrà adattare al secco/fresco/surgelato DOVRETE
tornare al vivo, volenti o nolenti e, nel caso, riprovare
in seguito ad educarlo ... a me è riuscito senza troppe
difficoltà (da subito). Infatti, come già detto,
sono ricorso al vivo come ultima risorsa, che fortunatamente
ha funzionato, quando Junior si trovò ad avere il problema
già menzionato. Nella fase iniziale della crescita
anche del cibo surgelato (di qualità, e piccole dimensioni)
è una possibilità aggiuntiva da considerare
attentamente. La quantità del cibo fornito è
molto importante: vista la velocità del metabolismo
è necessario fornire il corretto apporto nutritivo,
e nelle dosi dovute ... ma senza eccessi inutili.
La presenza in vasca di ulteriori pesci è subordinata,
in questa fase, alla certezza che il piccolo Arowana riesca
nutrirsi correttamente, o forse meglio che abbia iniziato
a nutrirsi senza titubanza: una volta che abbia compreso “come
si fa” saprà farsi rispettare, eccome ...
Nella fase giovanile che è forse la più divertente
per l’allevatore, diciamo sino ai trenta/quaranta centimetri,
potrà essere ospitato con, virtualmente, ogni pesce
non gli crei o possa ricevere (da lui) fastidio. Un Arowana
– e questo è parametro da considerare nella scelta
degli eventuali coinquilini – non manifesterà
(quasi) istinti predatori nei confronti di pesci che non potrà
ingoiare interi. Ovviamente un tale aspetto – al raggiungimento
della taglia adulta – assumerà una ben diversa
valenza, da non sottovalutare. Molti testi tendono ad indicare
in 60 cm la taglia massima di un Osteoglossum bicirrhosum
ma se gli è fornito spazio, come da esperienza anche
personale: crescerà! Rallentando – in una certa
maniera – il suo ritmo di accrescimento una volta raggiunti
i circa 50 centimetri di dimensione.
Ricordatevi inoltre che un Arowana è un impegno a
“lungo termine” con un’aspettativa di vita
sino a 20 anni, se ben allevato. Si potrebbe, in certo qual
modo dire, che un Arowana, in omaggio alle sue origini fossili,
vive sino a che “qualcosa” non lo uccide! Insomma:
non sono – ovviamente – immortali, ma ...
L’ultima cosa che voglio menzionare è la “caratterialità”
mutevole di un Arowana: può nel tempo risultare aggressivo
(e vi morderà le dita anche con “cattiveria”),
giocherellone (e vi nuoterà tra le mani mentre fare
manutenzione in vasca), pigro (e si siederà sul fondo
della vasca ad osservarvi facendovi preoccupare col pensiero
di chissà quale malattia), riuscirà, per finire,
anche ad essere comunicativo nei vostri confronti, seppure
in maniera rudimentale, se DAVVERO saprete e/o vorrete capirlo
...
Le foto che seguono (che scontano la modesta attrezzatura
fotografica dell’epoca) testimoniano la prima fase della
mia avventura con Junior)

Settembre 1998: Junior cresce, gagliardamente,
in una vasca da 200 litri ...
Gennaio 1999 (nella stessa vasca): Junior – che
adesso ha 10 mesi di vita - ha raggiunto la taglia di 30 centimetri
circa.

La vasca (come si vede completamente senza fondo)
in cui Junior ha trascorso i suoi primi dieci mesi di vita.
Come già citato nel testo è la vasca “tipo”
per l’accrescimento di simili pesci: arredamento –
di fatto – inesistente, filtro potente (in basso a destra),
forte ossigenazione (la pompa è visibile sopra la vasca
a destra), luce non eccessiva (1 lampada da 36 watt). Attenzione
la vasca è coperta,anche se si nota poco: sono in uso
tre diversi elementi di vetro: uno copre la metà posteriore
della vasca ed è solidale (giunzione tramite silicone)
alle pareti, gli altri due coprono (per il 50 per cento ognuno)
la porzione anteriore, la loro rimozione consentiva l’accesso
in vasca. Verso la fine del soggiorno in questa vasca collocavo
dei pesi (da sub) sui vetri anteriori del coperchio, per enfatizzarne
la tenuta ...
Per finire ...
Ecco alcune foto della vasca in cui Junior ha trascorso,
mi piace pensare felicemente, il resto della sua vita (poco
oltre cinque anni). Quando – in seguito a circostanze
che preferisco non raccontare – venne trovato morto
fuori dalla vasca (era saltato) misurava 105 cm di lunghezza.
Fu un giorno molto triste.
La vasca misurava cm 200*100*100 (ed era dotata di un sottostante
filtro percolatore di capacità considerevole). Gli
altri ospiti furono pochi e selezionati (anche se, sia pure
in buona fede, commettemmo qualche errore di stima delle dimensioni,
che si concluse tragicamente).
Questa vasca appartiene ad un negozio di Roma che, per
ovvi motivi, non menziono. Mi sono cimentato nella crescita
di Junior su loro invito e con la promessa (poi mantenuta)
di ospitarlo, appunto dove vedete una volta che – come
sapevo – fosse diventato ingestibile nelle mie vasche:
da me è rimasto, complessivamente, dieci mesi abbondanti.
Prima di entrare nella vasca definitiva – ma già
al negozio – è stato tenuto in un’altra
vasca per accrescimento, a guadagnare ulteriore taglia. Nella
vasca in foto è entrato, quindi, a circa 50 centimetri
di lunghezza ...
La vasca, di fatto duemila litri dedicati a lui ...
La flessuosità del nuoto di questi pesci è
incredibile: sono capaci di girarsi (con una rotazione a 180°)
quasi sul posto.
In precedenza parlavo di convivenza in vasca ed alimentazione,
credo che la foto sia molto eloquente.
Un Oscar (Astronotus ocellatus, sopra) ed un Pacu (Colossoma
sp., sotto): quando simili “personaggi” tendono
a stare defilati è evidente che qualcosa di “strano”
sta accadendo in vasca: un Arowana nuota con loro!!!
Da ultimo – per riassumere – le otto
“regole d’oro”.
Se siete fortunati a sufficienza da possedere un Arowana
(quale che sia visto che le loro esigenze sono sostanzialmente
le stesse) vi farà – forse – comodo il
seguente “ottalogo” che – ovviamente –
non contiene delle verità assolute, ma fissa dei punti
che, in ogni caso, e bene tenere a mente per il benessere
del vostro pargoletto ...
Impiegate solo acquari coperti e non sottostimate mai la
forza di questi pesci, curate sempre che la vasca possa essere
chiusa in maniera solida, il salto dalla vasca è –
e resta - la principale causa di morte.
Cercate di non sporgervi sopra il vostro Arowana (o meglio
la sua vasca durante la manutenzione), le ombre che incombono
su di lui (forse un atavico timore dei - possibili - predatori
naturali che stazionano sopra il pelo dell’acqua) lo
terrorizzano, le reazioni possono essere inconsulte, e violente
...
Gli Arowana mordono. Non lo dimenticate mai, evitate di nutrire
a mani nude un adulto ... se lo fate ricordate che è
a vostro rischio e pericolo.
Evitate gli eccessi alimentari: un Arowana magro è
in salute e, ragionevolmente, vivrà più a lungo.
Un simile pesce (specie se adulto) può stare ben più
di una settimana senza mangiare senza avere minimamente a
soffrirne ...
Usate dei filtri molto potenti, e se possibile anche di più
... (Un Arowana adulto rappresenta un carico biologico difficile
da immaginare e – più di tutto – gestire).
Non usate i filtri sottosabbia e preferite installazioni (per
quanto più possibile) poste fuori della vasca stessa.
Gli Arowana non amano essere disturbati (e quando lo fate
sono proni al panico). Evitate, per quanto possibile, i cambi
d’acqua troppo massicci. Preferite invece interventi
più ravvicinati e modesti (come quantità), benché
resistano bene ad altre concentrazioni di nitriti/nitrati
un cambio d’acqua settimanale è (sarebbe) da
considerarsi ottimale.
In caso di malessere manifesto il primo metodo di cura sarà
il cambio d’acqua. Questi pesci si ammalano molto di
rado (se correttamente ospitati ed accuditi, ovvio) e spesso
il disagio è causato alla cattiva qualità dell’acqua,
da ciò discende che il primo passo verso il loro ristabilimento
– e sovente l’unico necessario – sarà
proprio ripristinare condizioni di vita adeguate.
Allevate questi pesci singolarmente (al netto di tentativi
di riproduzione, se credete di tentare!). La perdita di giovani
esemplari – allevati in comunità - per le “angherie”
dei loro simili è seconda, tra le cause di morte, al
solo “salto” ...
Un minimo di cultura: i libri sugli Arowana
Un breve cenno va ai libri con una premessa paradossale,
anche l’inglese nel settore editoriale dedicato agli
Arowana “conta” poco, impazzano il cinese, giapponese
e – più o meno – le lingue orientali. In
ogni caso (oltre le varie “discussion board” e/o
siti dedicati reperibili in Internet, la cui reale affidabilità
va vagliata caso per caso) posso segnalare almeno:
Arowana World: è una pubblicazione dedicata al mercato
estremo orientale – in origine pubblicata in cinese!
Solo il primo volume (comprata “on line” a Singapore)
è stato tradotto in inglese, forse per mancanza di
risposta commerciale. Tratta – con impaginazione di
gusto molto particolare, ma non necessariamente cattivo -
tutte le principali aree di interesse: biologia, anatomia,
le varie specie e “color morph” con forte enfasi
sugli esemplari di origine asiatica, malattie, alimentazione
ed altro ancora. Immagini top-class.
Di recentissima pubblicazione, è stato il regalo
– quest’estate! – del mio compleanno (che
sia una sorta di ... “messaggio traversale”?).
Oltre a tutto quanto sopra sono descritti attentamente i principali
allevamenti asiatici, che sono analizzati con occhio attento
nelle varie fasi della loro attività; anche in questo
caso la dotazione iconografica è di primo livello.
NON è molto, lo so: ma – oltre ad essere ciò
di cui sono a conoscenza - può bastare per restare
“intrappolati”!
Per l'acquisto dei libri vai su: NEOGEA.IT
LA GALLERIA FOTOGRAFICA.
Aggiungo, corollario di quanto sopra esposto, alcune immagini
che ritengo efficaci ...
Osteoglossum bicirrhosum.


Le foto (sopra) di Osteoglossum Bicirrhosum sono dell’archivio
MCH.
Le foto degli altri Arowana in Italia sono poco diffuse,
per usare un eufemismo: sono, quindi, dovuto ricorrere agli
allevatori stranieri (per hobby e/o professione) ed alla loro
cortesia e disponibilità.
Scleropages jardini e leichardti
Quattro
scatti dedicati agli Arowana australiani: Scleropages jardini
(sopra) e Scleropages leichardti (sotto). Queste foto sono
il frutto della cortesia, e collaborazione, del sito: Australian Arowana.
Scleropages formosus
E
adesso andiamo ad approcciare il mito: Scleropages formosus.
Le foto che seguono sono frutto invece della professionalità
e disponibilità di Dragon
Fish Industry (Singapore) dove - a suo tempo
- acquistai uno dei libri su cui ho studiato questi incredibili
pesci. Sono, ovviamente, immagini protette da “copyright”,
di cui mi è stato concesso l’uso di un massimo
di cinque scatti: cercherò, con questi, di “rendere”
almeno un poco...
Premessa: sulla base delle specie pure presenti in natura
e sopra ricordate i migliori allevamenti asiatici (in modo
particolare) sviluppano delle “varianti di colore” ottenute
tramite accoppiamenti selettivi per fissare, nella prole,
alcune caratteristiche ritenute salienti. Una volta che questo
risultato è stato ottenuto, e geneticamente consolidato, si
procede – addirittura al loro “brevetto” (non del pesce, ovviamente,
ma della denominazione “commerciale” ...) ad esempio: Sapphire Gold, Royal Blue, Rose Gold ma non solo.

Un
significativo primo piano, rammento
ancora che tutti gli Arowana sono incubatori maschili. Le
uova, di colore giallo/arancio, sono visibili nella cavità
orale.

Il
risultato di una riproduzione, purtroppo visti i costi che
questi pesci raggiungono lo stripping è prassi molto comune, anche se – personalmente
– non la condivido più di tanto (come noto).
Una
coppia riproduttrice di Scleropages formosus “Golden Head
Sapphire gold” ripresa in laghetto. La rete, di cui si intravede l’ombra, serve proteggere i preziosissimi pinnuti dalla possibile predazione
di uccelli acquatici.
Esemplare
adulto – ancora allevato in laghetto – di Scleropages formosus
'Pahang Gold'.
Esemplare
adulto di Scleropages formosus 'Sapphire
Gold', questa volta ripreso in acquario.
All pictures
are courtesy – and copyright – of Dragon Fish Industry.
Tutte
le foto sono protette da “copyright” e frutto della cortesia di Dragon Fish Industry.
Conclusioni.
E’ molto
difficile suggerire – visto tutto quanto sopra – di cimentarsi
con l’allevamento di simili colossi (tra l’altro molto “coinvolgenti”
in termini, per dir così, logistici) ma davvero, se soltanto
avrete la possibilità, non negatevi una simile esperienza:
non ve ne pentirete ...
Il carattere,
la maestosità del nuoto, la “forza intrinseca” (e non intendo
solo quella strettamente fisica) che emana dai “Dragoni” è
una sensazione che non può lasciare indifferenti. Il mio personale
modo di avvicinare le vasche, l’allevamento in acquario, l’acquariofilia
stessa ha risentito – ed ancora risente
– della mia esperienza con Junior ...
Questo
pesce che pure non è più nelle mie vasche - ed ormai non è
più su questa terra – ha lasciato dentro di me un segno di
una profondità ed intensità inaspettata.
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