Il
cerianthus
e
la
capacità
rigenerativa
del
cerianthus
solitarius.
di
Antonello
Cau
|
|
Il telefono
trillò
un
venerdì
di
marzo
verso
le
7,30
di
sera,
era
un
amico
appassionato
di
cerianthus
che
mi
chiedeva
di
accompagnarlo
a
fare
un
immersione
in
una
zona
ove
gli
anni
passati
ne
avevo
avvistato
diversi
esemplari;
zona
in
cui
andavo
volentieri
e
che
mi
piaceva
rivisitare
di
tanto
in
tanto,
poichè
ciò
mi
permetteva
di
controllare
il
loro
sviluppo
e
la
loro
crescita.
La mattina
ci
trovammo
nel
luogo
stabilito,
era
abbastanza
presto,
l’aria
era
ancora
molto
fredda
ma
la
giornata
era
quella
giusta
in
considerazione
del
fatto
che
i
cerianthus
non
amano
acque
mosse
ma
prediligono
quelle
calme,
tranquille
e
non
molto
pulite.
Giunti
sul
luogo
iniziammo
la
vestizione.
Tirava
una
leggera
brezza
di
NordOvest
e
si
sentiva
un
forte
odore
di
mare
caratteristico
di
certe
giornate
umide.
Ci
immergemmo
frettolosamente
come
in
preda
ad
una
crisi
di
astinenza,
stato
d’animo
questo
che
colpisce
i
subacquei
appena
avvistano
il
mare.
Il cerianthus,
per
chi
non
lo
conoscesse,
è
uno
fra
gli
esacoralli
più
belli
del
mediterraneo,
la
sua
forma
tipica,
da
alcuni
descritta
come
un
fiore,
un
fuoco
d’artificio
o
come
una
fontana,
ne
fa
uno
fra
invertebrati
marini
più
affascinanti.
Il
suo
aspetto
articolato
non
è
facile
da
descrivere
e
per
comprenderne
appieno
la
sua
bellezza
è
necessario
averlo
ammirato
almeno
una
volta,
e’
infatti
uno
degli
organismi
più
ambiti
dagli
acquariofili,
sia
per
la
sua
singolare
bellezza,
sia
per
il
suo
carattere
particolarmente
adattabile
in
vasca.
Questo
celenterato,
simile
ad
un
attinia,
ha
un
corpo
vermiforme
e
cilindrico,
lungo
circa
20-30
cm.
che
non
termina
con
una
ventosa,
appannaggio
dei
suoi
parenti
più
stretti,
ma
con
una
strozzatura
provvista
di
un
piccolo
foro
attraverso
il
quale
l’invertebrato
può
espellere
l’acqua.
Foto
di
Willy
Smith
Jacobs
All’estremità
superiore,
la
bocca,
sono
situate
quattro
serie
concentriche
di
un
numero
indefinito
(sempre
sei
o
multipli
di
sei,
da
qui
il
nome
esacorallo)
di
sottili
tentacoli,
i
primi,
più
esterni
sono
lunghi
oltre
20
cm
e
disposti
a
corona,
mentre
i
secondi,
oltre
150,
si
trovano
al
centro
e
sono
molto
più
corti.
Il
colore
del
ciuffo
è
variabilissimo
e
spazia
dal
marrone
al
bianco
sporco,
vinaccia,
nero,
verde
fluorescente,
viola,
con
tinte
sia
uniformi
che
screziate
o
inanellate;
si
può
dire
che
le
combinazioni
di
colori
siano
talmente
variabili
da
poter
trovare
raramente
un
cerianthus
uguale
ad
un
altro.
Il
cerianthus
membranaceus
vive
all’interno
di
un
rivestimento
membranoso
non
aderente
dall’aspetto
feltroso
che
può
raggiungere
anche
un
metro
di
lunghezza.
Questo
tubo
è
generato
dall’animale
stesso
ed
è
costituito
da
una
mistura
di
cellule
altamente
specializzate
(pticocisti)
e
di
detriti
cementati
tra
loro
che
solidificano
a
contatto
con
l’acqua
ed
in
cui
l’invertebrato
si
rifugia
con
movimenti
contrattili
rapidissimi
in
caso
di
pericolo
o
semplicemente
per
trascorrervi
un
periodo
di
quiescenza.
Molto
simile
nell’aspetto,
tanto
da
essere
spesso
confuso
con
il
membranaceus,
è
il
Cerianthus
Solitarius;
forse
non
tutti
lo
sanno
ma
è
anch’esso
abbastanza
comune
nei
nostri
mari.
Predilige
fondali
puliti
e
sabbiosi
e
non
differisce
sostanzialmente
dal
membranaceus
se
non
per
il
fatto
che
è
più
piccolo,
il
corpo
è
sicuramente
meno
grosso
ma
più
allungato
ed
è
privo
di
quella
struttura
eretta
che
è
il
tubo
membranoso
esterno,
al
suo
posto
è
provvisto
di
una
guaina
semitrasparente
e
sicuramente
meno
visibile
rispetto
a
quella
del
membranaceus.
I suoi
tentacoli,
quasi
sempre
zebrati
con
riflessi
e
puntinature
fluorescenti
(anche
se
non
mancano
individui
mono
e
bicolore),
risultano
molto
urticanti
non
solo
nei
confronti
dei
pesci,
quanto
e
soprattutto
nei
confronti
dei
suoi
consimili
membranaceus.
Quando
infatti
in
un
acquario,
solitarius
e
membranaceus
vengono
posizionati
molto
vicini
tanto
da
toccarsi,
non
è
raro
notare
che
è
sempre
il
membranaceus
che
dimostra
segni
di
insofferenza,
ritraendosi
per
evitare
il
contatto.
Qui non
parlerò
solamente
del
membranaceus
ma
al
contrario
vorrei
soffermarmi
maggiormente
su
questo
suo
stretto
cugino,
il
cerianthus
solitarius
appunto,
senz’altro
poco
noto
e
con
delle
peculiarità
proprie;
parlerò
anche
di
come
questo
cerianthus
sia
riuscito
a
riprodursi
nella
mia
vasca
generando
un
clone
esattamente
identico
a
se
stesso
senza
servirsi
della
riproduzione
sessuata.
L’acqua
era
….gelata
…
,
come
solitamente
accade
in
quella
zona.
Sebbene
il
sole
fosse
già
alto
ero
ancora
mezzo
assonnato,
ma
lo
sbalzo
termico
mi
riportò
istantaneamente
alla
realtà,
sentivo
le
labbra
ed
il
petto
bruciare
a
contatto
con
l’acqua
freddissima
e,
sebbene
sia
abituato
a
quelle
temperature,
ci
volle
qualche
attimo
prima
che
mi
riprendessi
e
che
riuscissi
a
schiarirmi
la
mente.
Iniziammo
a
scorrazzare
qua
e
la
lungo
la
baia,
l’acqua
era
molto
chiara
e
non
vi
era
pulviscolo
in
sospensione,
il
mare
era
abbastanza
calmo
dentro
il
piccolo
golfo;
continuammo
ad
allontanarci
dalla
costa,
la
sabbia
chiara
avrebbe
facilitato
l’avvistamento
solo
degli
individui
scuri,
celando
al
contrario
quelli
più
chiari.

Continuammo
così
a
cercarli
per
un
po’,
aguzzando
la
vista
e
scrutando
il
fondo
nei
minimi
particolari,
alle
volte
sembrava
proprio
di
vederli,
ma
quasi
sempre
venivano
scambiati
con
ricci,
spugne
o
agglomerati
di
alghe,
ma
poi
…..
dopo
circa
una
mezz’oretta
li
avvistammo….
In natura
i
cerianthus,
al
contrario
dei
loro
consimili
attinie
e
altri
entozoi,
non
colonizzano
mai
la
zona
della
fascia
di
marea,
rinvenendosi
al
contrario
in
punti
a
ridosso
del
moto
ondoso,
dalla
corrente
più
forte
e
dalla
turbolenza
delle
onde
e
mentre
il
membranaceus
trova
collocazione
in
ambienti
melmosi
al
riparo
di
radici
di
posidonie,
il
solitarius
è
rinvenibile
quasi
sempre
in
fondali
puliti
e
sabbiosi.
Se
ne
possono
trovare
sia
in
acque
basse
che
in
acque
più
profonde,
nel
primo
caso
il
cerianthus
risulta
fortemente
infossato
nel
terreno
ed
emerge
solo
con
la
chioma
ben
distesa
ed
in
movimento,
nel
tentativo
di
catturare
prede
e
per
evitare
di
essere
sepolto
dai
detriti
o
dalla
sabbia
portata
dalle
onde;
a
profondità
maggiori
invece,
ove
il
fondo
è
calmo
e
non
si
risente
dell’effetto
delle
onde,
il
corpo
è
più
visibile
ed
emerge
di
almeno
una
ventina
di
cm.
Fino
a
non
molti
anni
fa,
la
classificazione
dei
ceriantari
fu
una
questione
alquanto
controversa,
l’ordine
si
riteneva
composto
da
un'unica
famiglia
evidentemente
assai
variabile,
oggi
la
maggioranza
concorda
sull’esistenza
di
almeno
due
famiglie:
Ceriantidae
e
Aracnantidae;
distinguere
i
vari
generi
avrebbe
poca
importanza
per
un
acquariofilo,
in
quanto
i
ceriantidi
hanno
grossomodo
le
medesime
esigenze
e,
se
pur
queste
considerazioni
siano
per
certi
versi
doverose,
non
vorrei
imboccare
un
discorso
troppo
tecnico
che
assumerebbe
un
carattere
puramente
accademico,
preferisco
invece
raccontare
quel
che
di
inaspettato
accadde
in
seguito.
Quel
giorno
ero
molto
contento,
finalmente
avevo
nella
mia
vasca
la
disponibilità
di
due
“solitarius”,
e
la
cosa
non
era
da
poco,
considerata
la
difficoltà
delle
catture
e
la
fragilità
di
questo
organismo.
L’aspetto
era
quello
di
due
organismi
in
buono
stato,
non
avevano
segni
di
maltrattamenti,
tagli
o
ferite
di
alcun
genere.
Il
primo
era
zebrato
con
i
tentacoli
cosparsi
di
anelli
bianchi
e
neri,
mentre
i
tentacoli
più
piccoli
erano
interamente
neri,
il
secondo
più
grande
aveva
la
prima
serie
dei
tentacoli
grandi
di
colore
nero
e
la
seconda
serie
di
colore
bianco
quasi
fosforescente,
l’interno
era
sempre
nero.
Dopo
averli
controllati
minuziosamente
dovevo
decidere
come
e
dove
sistemarli.
In acquario
sarebbe
preferibile
collocarli
su
un
fondo
soffice
di
almeno
una
decina
di
cm
(
i
miei
stanno
in
molto
meno),
evitando
i
substrati
taglienti.
Ogni
esemplare
necessita
di
un
ampio
spazio
intorno
a
sé,
essendo
i
suoi
tentacoli
in
grado
di
danneggiare
gran
parte
degli
altri
invertebrati,
madreporari,
alcionari,
policheti,
crostacei,
nonché
tutti
i
pesci.
Infatti
spesso,
sul
corpo
dei
malcapitati
pinnuti,
sono
visibili
delle
striature
biancastre
simili
a
frustate
che
vengono
causate
dal
passaggio
ravvicinato
e
dal
contatto
del
pesce
con
un
loro
tentacolo.
Sono
organismi
sciafili,
spesso
li
si
ritrova
in
grotte
al
riparo
dalla
luce,
anche
se
non
mancano
cerianti
che
stanno
in
piena
luce.
Alcuni
di
loro
sanno
essere
bizzarri
ed
hanno
delle
tendenze
caratteriali
riguardo
alla
luce,
cosa
che
può
sembrare
strana
visto
che
stiamo
parlando
di
organismi
molto
primitivi,
tuttavia
se
saputi
abituare
possono
essere
indotti
a
modificare
le
proprie
abitudini.
Posseggo
tre
esemplari
di
membranaceus
che,
sebbene
siano
stati
presi
in
acque
basse
e
quindi
molto
illuminate,
in
principio
erano
intolleranti
alla
luce
dei
neon,
in
seguito,
dopo
diverse
fasi
e
tentativi,
sono
riuscito
ad
ambientarli
soprattutto
alla
luce
attinica
(ironia
della
sorte)
che
era
quella
che
li
faceva
stizzire
di
più.
Anche
qui
non
manca
l’eccezione,
l’individuo
più
testardo
tende
sempre
a
nascondersi
un
poco
durante
le
fasi
di
maggior
illuminazione
della
vasca,
si
sa
non
tutte
le
ciambelle
…...
La collocazione
in
vasca
è
sicuramente
un
momento
più
determinante
per
il
membranaceus
che
perlopiù
resta
dove
viene
collocato
a
meno
di
non
stare
proprio
male
e
per
questo
che
sarà
necessario
fare
più
attenzione.
Il
solitarius
invece
è
un
vero
è
proprio
perfezionista,
lo
si
potrà
spostare
a
proprio
piacimento
quanto
si
vuole,
ma
sarà
sempre
lui
a
scegliere
la
collocazione
più
gradevole,
non
disdegnando
di
cambiarla,
qualora
possano
modificarsi
le
condizioni
intorno
a
se.
Sono
peraltro
in
grado
di
farti
letteralmente
ammattire
comparendo,
scomparendo
e
scorazzando
qua
e
là
per
la
vasca
e
considerato
che
sono
organismi
sedentari,
si
muovono
invece
in
maniera
relativamente
disinvolta,
il
meccanismo
è
esattamente
lo
stesso
adoperato
dall’anemone
dorata;
aprono
al
massimo
la
loro
corona
e
si
lasciano
trasportare
dalla
corrente,
eventualmente
con
delle
contrazioni
sono
anche
in
grado
di
modificare
il
percorso,
senza
considerare
poi
che
hanno
anche
la
peculiarità
di
sparire
letteralmente
in
10
cm
quadrati
di
sabbia,
cosa
impensabile
per
un
membranaceus.
Per l’occasione,
ebbi
la
fortuna
di
poter
disporre
di
una
vasca
da
90
litri,
con
fondo
di
sabbia
finissima.
La
vasca,
è
una
vasca
commerciale,
con
un
unico
neon,
un
piccolo
filtro
biologico
caricato
per
metà
con
argilla
espansa,
una
piccolissima
pompa
necessaria
per
alimentare
il
filtro
ed
un
piccolo
generatore
d’onde
a
ribaltamento,
l’onda
prodotta
è
di
pochi
cm
(3)
e
percorre
la
vasca
longitudinalmente.
Essendo
una
vasca
che
avrebbe
dovuto
ospitare
i
cerianthus
è
volutamente
priva
di
movimento
d’acqua
in
profondità.
La
piccola
pompa
funge
anche
da
generatore
di
movimento
di
superficie,
alimenta
infatti
un
tubo
che
corre
centralmente
lungo
tutta
la
lunghezza
del
vetro
anteriore,
nel
tubo
è
presente
una
serie
di
fori
da
3
mm
che
creano
dei
piccoli
getti
che
spruzzando
acqua
sulla
superficie,
creano
movimento
e
che
aumentano
gli
scambi
gassosi.
Questo
sistema,
che
veniva
usato
nel
dolce
una
20
di
anni
fa,
mi
permette
di
adattare
organismi
di
superficie
con
quelli
di
profondità
che
preferiscono
acque
decisamente
più
calme,
la
giusta
corrente
è
un
fattore
importante
per
molti
esacoralli.
Un
trucco
per
chi
volesse
vedere
i
nostri
Cerianthus
con
i
tentacoli
sempre
estroflessi
oltre
a
quello
di
somministrare
loro
del
mangime
fortemente
sminuzzato,
è
sicuramente
quello
di
collocarli
in
punti
con
pochissima
corrente.
Non
sempre
molta
corrente
e
molta
luce
sono
sinonimo
di
ambiente
adeguato,
soprattutto
quando
si
parla
di
mediterraneo
e
di
invertebrati.
Come
previsto
una
volta
alloggiati
in
vasca
i
due
solitarius,
sebbene
avessero
a
disposizione
tutto
lo
spazio,
cominciarono
a
migrare
per
tutto
il
perimetro
dando
il
tormento
ai
malcapitati
invertebrati
vicini
di
casa.
I
due
giorni
successivi
pareva
fossero
più
calmi
e
trovarono
entrambi
collocazione
nella
parte
sinistra
dell’acquario.
Avevano
rapidamente
ricostruito
quella
sorta
di
tubo
semitrasparente
e
sottilissimo
che
al
contrario
di
quello
del
membranaceus
lasciava
intravedere
completamente
al
loro
interno,
disseminandone
spezzoni
per
tutta
la
vasca.
Con
mio
grande
dispiacere
entrambi,
nonostante
avessero
il
corpo
apparentemente
intatto,
stavano
tentando
di
abbandonare
la
parte
terminale
del
corpo,
questo
era
facilmente
visibile
attraverso
il
tubo
semitrasparente
che
non
accennavano
minimamente
ad
infossare,
il
corpo
era
disteso
su
un
fianco
e
la
corona
appariva
con
i
tentacoli
afflosciati,
a
quel
punto
sentii
che
non
ce
l’avrebbero
fatta.
La
strozzatura
finale
del
corpo
di
entrambi
era
molto
più
accentuata,
dopo
qualche
giorno
notai
infatti
che
i
due
ceriantus
l’avevano
abbandonata.
La
parte
terminale
del
corpo,
uno
spezzone
di
circa
1,5
cm
giaceva
li
vicino
a
loro
che
nel
frattempo
continuavano
a
ricostruire
freneticamente
il
sottile
strato
tubolare.
L’automutilazione
è
una
pratica
invalsa
in
molti
organismi
marini,
non
sapevo
quanto
potesse
essere
foriera
di
guarigione
nei
cerianti,
ma
mi
era
già
capitato
di
assistere
a
quella
procedura
da
parte
di
molti
altri
miei
ospiti
come:
stelle
marine,
aragoste
e
crostacei
in
genere.
Anche
attinie
e
anemoni
sono
soliti
separare
o
abbandonare
parti
del
loro
corpo
quando
si
trovavano
in
situazioni
di
stress,
mi
è
capitato
anche
di
vedere
gli
spirografi
in
stress
da
cattura,
che
abbandonavano
la
parte
terminale
per
cacciarla
via
dal
tubo,
tant’è
che
pareva
di
avere
due
spirografi
uno
dentro
il
tubo
con
attaccato
il
ciuffo
e
l’altro
fuori
apparso
miracolosamente.
In
quest’ultimo
caso
era
necessario
affrettarsi
a
rimuovere
la
parte
abbandonata
in
quanto
diventava
putrescente
ed
era
in
condizione
di
inquinare
l’acqua
in
pochissimi
giorni.
Il meccanismo
usato
dai
cerianthus
per
attuare
l’automutilazione
era
semplice
ma
efficace;
si
rotolarono
su
se
stessi
mantenendo
ferma
la
parte
terminale
fintanto
che
questa
non
si
staccava
a
causa
dei
numerosi
attorcigliamenti.
Dopo
circa
una
ventina
di
giorni,
la
situazione
non
era
mutata
di
molto,
anche
se
nel
complesso
i
due
cerianthus
parevano
migliorare
lentamente,
il
corpo
nella
parte
terminale
precedentemente
mutilata
si
stava
rigenerando
e
assumeva
ora
una
forma
tondeggiante
ed
in
seguito
riprese
a
formare
la
tipica
strozzatura
e
ad
assumere
la
caratteristica
forma
a
siluro.
Trascorse
ancora
qualche
giorno
e,
con
mia
grande
contentezza,
i
due
solitarius
cominciarono
a
mangiare,
il
corpo
di
ambedue
appariva
ora
ben
eretto,
si
era
infossato
nella
sabbia
quasi
completamente,
sparendo
e
riaffiorando
nel
corso
della
giornata.
Pareva
ce
l’avessero
proprio
fatta,
era
sorprendente
vederli
lì,
così
fieri
ora,
quando
poche
settimane
prima
erano
più
simili
ad
un
ammasso
gelatinoso
che
ad
un
essere
vivente.
Riuscivo
solo
ora
a
capire
pienamente
quanto
avevo
letto
sulla
capacità
rigenerativa
di
quest’organismo,
su
quanto
sia
delicato
sotto
certi
aspetti
ma
allo
stesso
tempo
quanta
vitalità
possa
nascondere
al
suo
interno,
ma
il
bello
doveva
ancora
venire,
quello
che
accadde
nei
giorni
successivi
ha
infatti
dell’incredibile.
Il mio
amico
amante
dei
ceriantus,
mi
raccontava
di
quanto
fosse
invalsa
una
pratica
spartana
nella
cattura
di
questi
organismi,
pratica
che
sul
momento
mi
fece
rabbrividire,
ma
che
solo
in
seguito
capii
come
non
fosse
poi
così
biologicamente
scorretta.
Ebbi
modo
in
seguito
di
trovare
scritto
in
un
libro
il
singolare
sistema
di
cattura.
Generalmente
il
cerianthus
viene
catturato
scavando
nel
terreno
un
solco
attorno
al
corpo
fino
a
raggiungerne
la
parte
terminale,
a
quel
punto
si
può
estrarlo
delicatamente,
operazione
che
risulta
tutt’altro
che
facile,
considerato
che
in
primo
luogo
è
un
operazione
che
richiede
tempo
e
fatica,
considerato
sempre
che
ci
si
ritrova
ad
annaspare
in
mezzo
al
fango
perlomeno
a
4
o
5
mt
di
profondità
(di
più
sarebbe
proibitivo
anche
per
i
più
dotati
apneisti),
ed
in
secondo
luogo
che
l’operazione
è
resa
difficilissima
a
causa
del
fatto
che
lo
stesso
cerianthus,
in
caso
di
pericolo
o
al
minimo
movimento,
si
sprofonda
dentro
al
substrato
con
un
movimento
quasi
fulmineo
e
a
quel
punto
è
ormai
impossibile
catturarlo.
Il metodo
alternativo,
che
per
la
sua
brutalità
viene
sconsigliato
dallo
stesso
autore
del
libro,
consisterebbe
invece
nel
sorprendere
il
cerianthus
con
il
corpo
e
tentacoli
estroflessi
al
massimo
e
servendosi
di
un
affilatissimo
coltello
lo
si
dovrebbe
recidere
con
un
colpo
secco
più
in
basso
possibile,
in
modo
da
non
ferire
l’animale.
Se
si
è
fortunati
(o
se
lo
è
l’animale)
si
avrebbe
al
massimo
una
lieve
ferita
ma
nella
maggior
parte
dei
casi,
continua
l’autore,
dato
che
l’animale
è
velocissimo
nel
rifugiarsi
nel
suo
tubo,
esso
viene
tagliato
giusto
a
metà,
ottenendo
così
solo
un
animale
storpiato
e
morente,
in
quanto,
avverte
l’autore,
solo
se
la
ferita
è
leggera
esso
può
guarirne
a
patto,
tra
l’altro,
che
venga
tenuto
in
mare.
Avevo
letto
spesso,
nella
letteratura
specifica,
circa
la
delicatezza
di
questi
stupendi
organismi
e
sapevo
per
esperienza
diretta
quanto
siano
delicati
e
poco
tolleranti
a
particolari
condizioni
dell’acqua,
a
tossine
o
infezioni
batteriche,
ma
quanto,
allo
stesso
tempo,
siano
in
grado
di
sopravvivere
in
circostanze
estreme,
anche
privati
di
una
parte
del
loro
corpo.
Purtroppo
tutta
la
letteratura
che
ho
avuto
modo
di
studiare,
peraltro
molto
scarsa
e
di
difficile
reperimento,
non
dedica
molto
all’argomento
ed
è
piuttosto
avara
di
notizie
(circostanza
confermatami
anche
dal
Prof.
Costa
autore
di
Enciclopedia
Illustrata
degli
Invertebrati
Marini,
cui
mi
rivolsi
nel
periodo
in
cui
stavo
reperendo
materiale
scientifico
sull’argomento).
Riedl,
H.
Compaan
e
altri
vari
autori
accennano
solo
a
brevi
tratti
del
grande
potere
rigenerativo
dei
cerianthus,
molti
insistono
sulla
notevole
capacità
di
cicatrizzazione
dei
tessuti,
sostenendo
infatti
che
questi
organismi
sono
in
grado
di
guarire
a
gravi
ferite
attendendo
anche
per
mesi
la
completa
guarigione
senza
nutrirsi,
diminuendo
nel
frattempo
le
loro
dimensioni.
L’autorevole
Riedl,
nel
suo
testo,
consiglia
di
tagliare
di
netto
la
parte
terminale
del
corpo
del
cerianthus
quando
questa
risulta
danneggiata
poiché
lo
stesso
avrebbe
la
capacità,
se
lasciato
tranquillo
in
un
recipiente
di
vetro,
di
rigenerarsi
in
un
paio
di
settimane.
Brevi
accenni
quindi,
quasi
lasciando
intravedere
una
strada
già
percorsa,
ma
dell’argomento
non
è
rinvenibile
alcun’altra
notizia
più
approfondita,
ne
da
parte
sua,
ne
da
parte
di
altri
autori.
In
altri
testi
egualmente
autorevoli
(Melone-Picchetti-Paccagnella
ed
in
altre
brevi
dispense),
si
insiste
invece
sulla
delicatezza
dell’organismo
in
questione
e
sulla
necessità
di
avere
molta
cura
nella
cattura
e
si
accenna
spesso
all’inevitabile
decesso
di
questo
esacorallo
quando
ferito
gravemente
e
della
possibilità
di
poter
guarire
solo
se
in
presenza
di
ferite
lievi.
Già
queste
piccole
contraddizioni,
rendono
palpabile,
quanto
poco
si
sappia
sull’argomento
e
quanta
quindi
sia
ancora
la
strada
da
percorrere.
A
quanto
pare,
nessuno
si
è
mai
preso
la
briga
di
sperimentare
o
spiegare
sul
“come”
e
sul
“quanto”
di
questa
peculiarità,
nessuno
purtroppo
chiarisce
esaurientemente
fino
a
che
punto
questa
capacità
rigenerativa
possa
spingersi
e
vi
assicuro
che
questo
potere
è
sbalorditivo,
infatti
quanto
scoprii
in
seguito
mi
lasciò
veramente
impressionato.
La giornata
era
pessima,
il
vento
non
permetteva
alcuna
immersione
e
quindi
abbandonai
anche
questa
idea,
affacciatomi
alla
finestra
vedevo
soltanto
le
gocce
che
scorrevano
lungo
i
vetri
e
il
cielo
appariva
come
ovattato
e
immerso
in
un
mare
di
nuvole
scure,
quest’anno
ha
piovuto
parecchio,
pensai.
Nelle
giornate
così,
l’ideale
sarebbe
mettersi
a
fare
manutenzione,
io
non
amo
molto
stare
con
le
mani
dentro
la
vasca,
in
quanto
sono
un
fautore
del
“più
la
lasci
stare
e
meglio
è”
e
non
dedico
molto
tempo
a
questo
genere
di
cure
o
forse
gli
dedico
il
tempo
che
occorre.
Un
acquario
è
come
un
microcosmo
ed
ogni
volta
che
si
sposta
qualche
pietra
o
si
modifica
l’ambiente
anche
impercettibilmente,
i
suoi
organismi
ne
risentono
e
del
resto
lo
stesso
avviene
quando
in
mare
spostiamo
qualche
pietra
o
rovesciamo
qualche
sasso,
in
questo
modo
stiamo
modificando
un
ambiente
che
ha
impiegato
decenni
a
stabilizzarsi..
Vinsi
comunque
la
mia
proverbiale
pigrizia
e
decisi
che
quello
era
il
momento
adatto
per
fare
le
pulizie,
non
a
casa,
ma
nella
vasca
piccola
che
avevo
allestito
a
soli
invertebrati,
quella
in
cui
dimoravano
appunto
i
due
cerianthus
e
altri
coloratissimi
“amici”.
Buttai
lo
sguardo
e
vidi
che
sul
fondo
accanto
ai
due
nuovi
cerianthus
stazionavano
ancora
i
due
monconi;
subito
mi
venne
in
mente
che
era
necessario
rimuoverli
al
più
presto,
per
evitare
che
guastassero
l’acqua.
La pulizia
della
vaschetta
mi
richiese
solo
pochi
minuti,
tolsi
i
diversi
tubi
semitrasparenti
che
i
due
cerianthus
avevano
disseminato
in
vasca
nel
tentativo
di
trovare
una
posizione
adeguata
e
tolsi
il
primo
dei
due
monconi
che
si
era
ridotto
ad
una
poltiglia
gelatinosa
di
un
paio
di
cm
circa,
lo
odorai
ma
stranamente
non
aveva
alcun
odore,
pensai
che
era
strano,
considerato
che
i
due
pezzetti
erano
lì
da
quasi
due
settimane.
Sul
momento
non
diedi
peso
al
fatto,
tuttavia
decisi
di
tenerne
almeno
uno
per
constatare
quanto
sarebbe
durato,
la
decisione
mi
avrebbe
richiesto
solo
un
poco
più
di
attenzione,
dovendo
restare
pronto
a
rimuovere
immediatamente
la
parte
abbandonata
ai
primi
segni
di
putrefazione.
I giorni
successivi
tenni
sotto
stretto
controllo
il
piccolo
pezzetto
di
moncone
e
mi
accorsi
che
anche
lui,
come
avevano
fatto
i
2
solitarius
più
grandi,
aveva
ricostruito
del
muco
nel
tentativo
di
cementare
un
nuovo
tubo
semitrasparente.
Qui
cominciò
a
balenarmi
un’intuizione.
Una decina
di
giorni
dopo,
notai
che
una
delle
due
parti
terminali
del
moncone
si
era
ingrossato,
mi
misi
allora
ad
osservarlo
con
una
lente
e
scoprii
una
cosa
veramente
stupefacente;
la
parte
più
grossa
terminava
con
dei
piccolissimi
peduncoli,
come
un
abbozzo
di
tentacoli.
Guardai
e
riguardai
il
moncone
per
sincerarmi
della
scoperta
e
per
assicurarmi
di
non
essere
in
preda
ad
un
facile
entusiasmo,
ma
quello
che
vedevo
confermava
proprio
il
mio
sospetto,
dal
moncone
sembrava
stesse
nascendo
……….
un
altro
cerianthus.
Nella
settimana
successiva
notai
come
il
piccolo
moncone
tentava
di
infossarsi
e
di
ricostruire
sempre
più
il
muco
attorno
al
suo
corpo.
Intanto
parte
dei
tentacoli
crescevano
più
di
altri.
Lo sviluppo
era
comunque
tutto
sommato
veloce,
sebbene
“l’essere”
non
accettasse
in
alcun
modo
del
cibo,
probabilmente
non
aveva
nemmeno
un
apparato
digerente.
Da un
analisi
con
la
lente
d’ingrandimento
era
evidente
come
i
tentacoli
ricrescessero
in
maniera
irregolare,
alcuni
più
corti
e
altri
più
lunghi,
probabilmente
i
più
lunghi
erano
quelli
che
spuntarono
per
primi.
In seguito
la
crescita
continuò
regolare,
nel
frattempo
anche
il
corpo,
che
ormai
non
era
più
un
moncone,
assumeva
sempre
di
più
una
forma
ben
definita
e
assomigliava
ormai
ad
un
piccolo
cerianthus,
sicuramente
figlio
di
quello
bianco
e
nero
che
gli
stava
più
vicino.
A questo
punto
sono
necessarie
una
serie
di
considerazioni
e
di
curiosità
di
ordine
biologico
che
mi
hanno
aiutato
a
capire
il
meccanismo
di
quanto
stava
avvenendo.
Dati
empirici
e
sperimentali
sulla
riproduzione
dei
cnidari
dimostrano
come
essa
sia
più
variabile
di
quanto
si
pensava
in
passato
e
di
come
sia
risultato
debole
il
confine
tra
riproduzione
sessuata
e
asessuata.
Com’è
noto
gli
antozoi,
sono
in
parte
a
sessi
separati
ed
in
parte
ermafroditi.
Negli
ovipari
come
i
cerianthus
le
uova
vengono
espulse
direttamente
e
dall’uovo
fecondato
hanno
origine
perlopiù
planule
completamente
ciliate
che
vivono
nel
plancton
per
circa
una
settimana.
In
particolare
nel
cerianthus,
che
è
una
specie
ovipara
ed
ermafrodita
proterandra,
non
esiste
dimorfismo
sessuale
e
egli
individui
nascono
maschi
per
poi
diventare
femmine
con
l’età.
Dal materiale
che
ebbi
modo
di
esaminare
risultò
che,
sebbene
la
riproduzione
sessuata
possa
solitamente
originare
dall’incontro
di
cellule
provenienti
da
individui
diversi,
essendo
i
cerianti
ermafroditi,
la
riproduzione
sessuata
poteva
avvenire
anche
mediante
l’incontro
di
cellule
originate
dal
medesimo
individuo.
Questo
spiegherebbe
quanto
è
capitato
nelle
mie
vasche,
ove
sperma
e
uova
sono
stati
emessi
anche
dal
medesimo
cerianthus.
Il ciclo
riproduttivo
continua
e
si
conclude
con
la
nascita
della
larva
Ceriantula,
una
forma
provvista
di
tentacoli
che
vive
anch’essa
a
lungo
nel
plancton,
poi
la
larva,
dopo
essersi
fissata
al
substrato,
si
metamorfa
nell’animale
adulto.
Accanto
alla
riproduzione
sessuata
è
però
molto
diffusa,
soprattutto
in
acquario,
la
riproduzione
asessuata,
che
nei
cnidari
può
avvenire
tramite
gemmazione,
lacerazione
del
disco
pedale
o,
più
raramente,
tramite
scissione
trasversale
o
longitudinale
del
polipo.
E’
confermato
come
la
scissione
trasversale
(“strobilation”
dove
un
polipo
produce
un
polipo)
avvenga
in
almeno
quattro
ordini
di
antozoi:
Cerfontaine
(1909)
lo
documentò
appunto
in
un
cerianthus,
Cairns
(1988)
nella
scleractinians
solitaria,
Soong.
(1999)
lo
descrisse
nello
zoantide
Sphenopus
marsupialis
e
molti
altri
ancora
furono
gli
esperimenti
condotti
in
tal
senso.
Pare
comunque
che
tale
scissione
avvenga
spesso
in
circostanze
insolite,
Schmidt
(1970)
lo
documentò
in
cattività,
sotto
condizioni
di
salinità
bassa,
Cerfontaine
(1909)
raccontò
come
la
divisione
spontanea
nel
Cerianthus
oligopodus
sia
avvenuta
in
animali
in
cattività
che
non
erano
stati
curati.
E’
stato
altresì
dimostrato
come
la
riproduzione
asessuata
sia
anche
frutto
di
una
sorta
di
contagio
fra
cnidari
;
A.
Schmidt
,
(1970,
p.
245)
parla
di
come
“il
processo
di
scissione
possa
diffondersi
come
un
infezione”.
Si
racconta
infatti
di
un
esperimento
condotto
da
Julian
Sprung
(un
acquariofilo
autore
di
diverse
pubblicazioni
sugli
acquari
domestici)
secondo
il
quale,
in
un
acquario
in
cui
erano
presenti
diversi
anemoni
appartenenti
ad
una
specie
che
solitamente
non
pratica
la
scissione
trasversale,
fu
introdotto
un
solo
anemone
di
una
specie
che
invece
attua
frequentemente
la
scissione
trasversale,
il
risultato
fu
che
aumentò
notevolmente
la
percentuale
delle
scissione
di
quegli
anemoni
appartenenti
alla
prima
specie
e
tale
contagio
fu
imputato
all’emissione
di
segnali
chimici
dell’anemone
che
attuava
la
scissione.
Questo
condurrebbe
a
ritenere
come
la
fase
sessuale
nei
cnidari
non
sia
ne
predominante,
ne
la
regola,
i
dati
empirici
e
sperimentali
dimostrano
infatti
come
nella
vita
di
questi
organismi
la
riproduzione
sessuale
e
asessuale
possano
alternarsi
attraversando
diverse
fasi,
tanto
che
qualcuno
(Budd
1990)
è
portato
a
ritenere
che
una
distinzione
tra
riproduzione
sessuata
e
asessuata
nella
la
biologia
dei
cnidari
non
sia
così
importante,
i
numerosissimi
esperimenti
hanno
infatti
dimostrato
come
sia
poi
labile
il
confine
tra
le
due
vie
e
infine
come
non
sia
praticamente
possibile
determinare
se
un
organismo
sia
stato
originato
attraverso
una
fase
o
l’altra
in
quanto
i
nuovi
esemplari
nati,
in
entrambi
i
casi,
risultano
esattamente
identici
alla
loro
madre.
Da parte
mia,
ritenevo
necessario
soffermarmi
su
questi
aspetti
empirici
perché
potevano
portarmi
ad
una
spiegazione
circa
la
nascita
asessuata
del
mio
piccolo
solitarius.
Come
ebbi
modo
di
comprendere,
questo
tipo
di
riproduzione
solitamente
è
poco
noto
e
viene
spesso
tralasciato
dagli
acquariofili,
che
a
seguito
di
strani
ritrovamenti
nei
loro
acquari,
imputano
queste
nuove
nascite,
sempre
e
solamente
ad
una
riproduzione
di
tipo
sessuale,
circostanza
che
in
cattività,
come
abbiamo
visto
risulta
più
improbabile.
Da
quanto
avevo
osservato
nelle
mie
vasche,
la
fase
sessuata
non
si
era
mai
risolta
con
la
nascita
di
cerianthus,
probabilmente
a
causa
del
fatto
che
in
una
vasca
mista,
le
uova
sono
facile
preda
di
appostamenti
dei
pesci
ed
anche
perché,
come
abbiamo
visto,
le
larve
sopravvivono
in
un
ambiente
ricco
di
plancton,
che
invece
scarseggia
in
un
acquario.
Continuando
ad
analizzare
il
materiale
che
avevo
reperito
mi
soffermai
su
uno
studio
condotto
da
Hoeksema
(1989,
p.
20)
il
quale
finalmente
mi
permise
di
capire
quanto
era
accaduto
nel
mio
acquario.
Questo
studio
rivelava
come
il
discorso
della
riproduzione
asessuata
conduca
inevitabilmente
al
discorso
sui
processi
rigenerativi
e
come
il
fenomeno
della
rigenerazione
dei
tessuti
e
della
riproduzione
interagiscano
tra
loro
e
di
quanto
siano
strettamente
collegati,
lo
stesso
Hoeksema
affermava
in
sintesi
che
“la
riproduzione
asessuata
era
sempre
il
risultato
del
processo
di
rigenerazione
dei
tessuti”.
Finalmente
avevo
fatto
chiarezza,
in
pratica
il
ceriantus
si
era
involontariamente
riprodotto
come
conseguenza
naturale
di
un
processo
di
guarigione
e
questa
conseguenza
era
tutt’altro
che
casuale,
infatti
i
risultati
empirici
dimostravano
che
quest’ultima
prassi
poteva
ripetersi
ogni
qual
volta
si
attuassero
le
circostanze
adatte.
Continuai
così
ad
osservare
i
vari
progressi
del
nuovo
nato,
che
appariva
come
un
clone
esattamente
identico
al
proprio
genitore.
Dopo
20
gg,
il
corpo
risultava
più
eretto
e
tentava
di
infossarsi
sempre
più
nella
sabbia.
Continuai
a
fotografare
le
varie
fasi
della
crescita
settimana
dopo
settimana.
Il “piccolo”
ormai
quasi
del
tutto
formato,
dopo
circa
un
mese
non
accettava
ancora
cibo
e
non
c’era
verso
di
alimentarlo,
probabilmente
riusciva
a
trarre
il
sostentamento
dai
micro-organismi
presenti
nell’acqua.
Nonostante
fosse
quasi
formato
le
sue
misure
erano
veramente
esigue,
all’incirca
un
cm.
Dopo
60
giorni
il
piccolo
clone
risultava
ormai
un
ceriantus
completamente
formato
e
stazionava
riparandosi
proprio
sotto
la
corona
del
genitore
che
nei
momenti
di
massima
estensione
lo
sovrastava
completamente.
Telefonai
così
al
mio
amico,
che
nel
frattempo
avevo
tenuto
al
corrente
su
quanto
era
accaduto,
per
raccontargli
gli
ultimi
dettagli;
nel
corso
del
discorso
lui
mi
raccontò
che,
memore
di
quanto
gli
dissi
in
precedenza
a
seguito
di
un
evento
analogo,
aveva
preferito
questa
volta
tenere
in
vasca
un
cerianthus
solitarius
che,
a
giudicare
da
come
mi
spiegava,
doveva
essere
ridotto
proprio
male;
infatti
risultava
costituito
solo
da
una
parte,
quella
superiore,
l’altra
era
rimasta
probabilmente
in
mare
durante
una
cruenta
cattura,
il
fatto
peggiore
era
che
lo
stesso
non
risultava
nemmeno
tagliato
di
netto
ma
al
contrario
proprio
strappato
a
circa
metà
del
corpo,
lui
stesso
lo
aveva
sistemato
in
vasca
molto
dubbioso
sulla
sua
guarigione
e,
sebbene
sia
un
abile
chirurgo
di
professione,
non
lo
toccò
minimamente,
lasciando
che
la
natura
facesse
il
suo
corso.
Infatti
confermando
i
nostri
sospetti,
dopo
la
solita
fase
di
quiescenza
in
cui
assomigliava
più
ad
una
poltiglia
di
sostanza
animale
che
ad
organismo
vivo,
il
cerianthus
si
riprese,
ricostruendo
e
sanando
completamente
la
parte
mancante,
un
ulteriore
conferma
del
forte
potere
rigenerativo
di
questo
organismo
che
avvalorava
quanto
avevo
letto
e
visto
accadere
nella
mia
vasca
.
Sulla
scia
della
nascita
del
piccolo
cerianthus
e
di
un
ulteriore
colpo
di
fortuna,
tentai
di
ripetere
l’esperimento
con
un
altro
solitarius
che
giunse
nella
mia
vasca.
Da
un
prima
osservazione
mi
accori
che
versava
in
condizioni
pessime,
doveva
aver
sofferto
parecchio
e
forse
non
era
venuto
via
al
primo
tentativo;
il
corpo
era
visibilmente
allungato,
quasi
privo
della
corona
dei
tentacoli.
Doveva
essere
stata
una
bella
battaglia
pensai.
Lo
distesi
su
un
fianco
e
aspettai.
Nei
giorni
successivi,
si
verificò
puntualmente
quanto
era
avvenuto
nel
primo
esperimento;
il
ceriantus
arrotolandosi
su
se
stesso
si
divise
in
due
monconi
e
nei
giorni
che
seguirono
le
due
parti
ridussero
sensibilmente
le
loro
dimensioni.
I giorni
successivi
le
due
parti
cominciarono
a
cicatrizzarsi
e
il
pezzo
più
piccolo
iniziò
ad
ingrossarsi
nella
parte
lacerata.

I due
monconi
erano
distanti
poco
più
di
un
palmo
uno
dall’altro
ma
non
riuscivo
a
capire
come
mai
si
spostassero
in
continuazione,
infatti,
sebbene
li
posizionassi
in
determinate
zone
della
vasca,
li
ritrovavo
puntualmente
sparpagliati
qua
e
la
sul
fondo.
Sapevo
per
esperienza
che
in
questo
“status”
i
“quasi”
cerianthus
non
sono
in
grado
di
muoversi
ne
di
effettuare
alcunché,
diciamo
che
procedono
per
inerzia
in
una
sorta
di
vita
vegetativa,
quindi
non
capivo
proprio
la
causa
dei
loro
movimenti,
tanto
più
che,
come
ho
detto,
in
questa
vasca
esiste
pochissima
corrente
che
non
poteva
quindi
nemmeno
esserne
la
causa.
Uno dei
giorni
seguenti,
mentre
passavo
nella
stanza
ove
era
presente
l’acquario,
notai
che
in
vasca
qualcosa
era
cambiato,
a
prima
vista
sembrava
tutto
regolare,
ma
controllando
bene
notai
che
era
letteralmente
sparito
uno
dei
due
monconi.
Il
fatto
inaspettato
mi
lasciò
molto
deluso,
sembrava
che
tutto
procedesse
nel
verso
giusto
ma
questo
evento
mi
aveva
proprio
spiazzato.
Provai
a
cercarlo
sul
fondo,
spostai
qualche
roccia,
ma
…
nulla
era
sparito
lasciando
da
sola
l’altra
parte,
quella
più
grande
con
il
ciuffo
quasi
rattrappito.
Neanche
una
settimana
dopo
accadde
ciò
che
purtroppo
pose
fine
a
questo
secondo
test,
sfortunatamente
sparì
anche
il
secondo
ed
ultimo
moncone.
Un
vero
peccato,
perchè
questo
esperimento
mi
avrebbe
permesso
di
avvalorare
quanto
avevo
ormai
osservato
diverse
volte,
riconfermando
il
forte
potere
di
recupero
e
di
ricrescita
del
solitarius
che,
se
posto
in
condizioni
favorevoli
di
tranquillità
e
acqua
ottima
avrebbe
completamente
rigenerato
la
parte
mancante
dando
alla
luce
un
secondo
ceriantuhs;
anche
se
in
realtà
(e
in
parte)
lo
riconfermò
comunque.
Ero
sconfortato
e
non
capivo
cosa
stava
succedendo,
da
principio
sembrava
andasse
tutto
secondo
copione,
ma
perché
ora
il
secondo
esperimento
non
era
giunto
a
termine?
Per spiegare
l’insuccesso
e
le
sparizioni
ci
volle
ancora
qualche
giorno
ed
un
pò
di
strategia.
Per
esperienza
sapevo
che
se
i
due
monconi
erano
spariti
e
non
erano
nascosti
da
qualche
parte
nella
vasca,
la
causa
doveva
essere
in
qualche
organismo
introdotto
clandestinamente
che
aveva
trasformato
in
cibo
i
miei
futuri
cerianthus,
così
mi
misi
con
pazienza
a
realizzare
degli
appostamenti.
La
cosa
non
fu
difficile,
in
quanto
la
vasca
era
quasi
vuota,
a
parte
la
sabbia,
gli
invertebrati
e
qualche
roccia.
Così
a
diverse
ore
della
giornata,
mi
avvicinavo
al
vetro
frontale
scrutando
fondo
e
roccie,
in
cerca
di
eventuali
intrusi.
Gli
agguati
diurni,
i
più
facili,
non
diedero
risultati.
La
quarta
notte
invece
ebbi
la
conferma
di
quanto
sospettavo,
l’esito
era
quasi
scontato;
un
granchio
peloso
della
specie
Pilumnus
hirtellus
era
proprio
lì
al
centro
della
vasca
e
muoveva
freneticamente
le
chele
rovistando
sul
fondo
in
cerca
di
cibo.
A
questo
punto
però
è
necessario
fare
un
passo
in
dietro.
A
ben
considerare,
il
primo
esperimento
o
accadimento,
si
realizzò
in
una
vasca
di
primo
allestimento,
con
pochissimi
organismi
presenti;
all’epoca
infatti,
a
parte
due
aiptasie,
un
attinia,
una
piccola
spugna
axinella,
tre
palemon
ed
un
piccolissimo
gambero
pistolero,
la
vasca
non
aveva
altri
ospiti.
In
seguito
però
gli
organismi,
se
pur
involontariamente,
aumentarono;
i
pistoleri
che,
sebbene
si
siano
sempre
dimostrati
innocui
(a
parte
i
concertini
notturni
!),
diventarono
una
famigliola,
i
tre
palemon
crebbero
notevolmente
ed
in
più
questo
fastidiosissimo
granchio
avevano
sensibilmente
modificato
il
tranquillo
l’habitat
del
primo
esperimento,
“conditio
sine
qua
non”
per
far
godere
ai
cerianthus
del
necessario
periodo
di
convalescenza.
Inutile
dire
che
dopo
una
caccia
spietata,
per
quel
che
è
servito,
ho
provveduto
a
rispedire
a
calci
nel
sedere
il
granchio
peloso
nello
scoglio
più
vicino
a
20
km
dalla
mia
vasca.
Purtroppo
avevo
capito
solo
ora
quanto
avevo
letto
circa
la
necessità
di
un
ambiente
“sterile”
per
poter
permettere
la
guarigione
del
cerianthus.
Ritengo
che
la
causa
dell’insuccesso
sia
certamente
da
imputare
a
questo
tipo
di
granchio
introdotto
clandestinamente
che,
oltre
ad
essere
un
voracissimo
onnivoro,
è
in
grado
di
spostare,
sotterrare
e
nascondere
grossi
pesi
e
che
sicuramente
non
ha
avuto
difficoltà
con
i
due
piccolissimi
pezzetti
di
ceriantus.
Anche
questo
secondo
esperimento,
ha
condotto
comunque
ad
un
apprezzabile
contributo
sull’osservazione
di
questi
stupendi
organismi,
necessario
per
non
ripetere
l’errore:
la
necessità
di
avere
a
disposizione
una
vasca
dedicata
in
considerazione
della
scarsità
di
difese
che
accompagna
il
cerianthus
durante
il
periodo
di
stress.
Quest’ultimissima
curiosità
poteva
spiegare
ulteriormente
l’accaduto;
i
ceriantus
fondamentalmente
non
hanno
predatori
naturali,
nemmeno
in
vasca,
ove
anzi
sono
piuttosto
temuti
a
causa
del
loro
potere
urticante,
purtroppo
tale
indennità
svanisce
qual’ora
l’animale
versi
in
condizioni
di
stress
o
di
sofferenza.
Mi
è
capitato
spesso
di
vedere
i
pesci
urtare
tranquillamente
i
tentacoli
di
ceriantus
che
erano
sofferenti
per
diverse
cause,
senza
subire
alcuna
“bruciatura”
.
Quello
stato
vegetativo,
in
cui
si
ritrovano
nel
periodo
della
scissione
e
della
cicatrizzazione,
li
rende
particolarmente
vulnerabili,
confermando
quanto
detto
dalla
letteratura
specifica
che
suggerisce
di
tenere
isolati
questi
organismi
nel
periodo
necessario
alla
loro
convalescenza.
L’ultima
foto
ritrae
i
dei
due
“solitarius”
e
il
loro
piccolo
clone
nel
frattempo
cresciuto.
Il
genitore
e
il
figlio
vivono
ormai
vicinissimi,
con
i
tentacoli
quasi
avvinghiati
e
vanno
di
comune
accordo
tranne
qualche
scaramuccia
all’ora
del
pasto
quando
si
contengono
i
pezzetti
di
cibo.
Concludo
questo
mio
racconto
sperando
di
avere
destato
l’interesse
degli
appassionati
e
mi
scuso
anticipatamente
sulle
imprecisioni
soprattutto
scientifiche
nella
terminologia
e
nelle
descrizioni.
Ho
ritenuto
comunque
importante
divulgare
questi
risultati
sicuramente
poco
noti
se
non
a
livello
scientifico
quantomeno
a
livello
di
acquariofilia
domestica,
approfittandone
per
far
conoscere
questi
stupendi
organismi
ancora
oscuri
sotto
diversi
aspetti,
analizzare
le
loro
caratteristiche
e
soprattutto
affrontare
il
tema
della
riproduzione
asessuata,
di
come
essa
non
sia
l’unica
attuabile
e
di
come
questo
aspetto
sia
strettamente
connesso
con
quello
della
capacità
rigenerativa
dei
ceriantari,
fenomeno
questo
fin
ora
poco
conosciuto
o
comunque
scarsamente
affrontato,
anche
a
giudicare
dallo
scarsissimo
materiale
scientifico
che
sono
riuscito
a
reperire.
Ringrazio
infine
il
mio
amico
Bruno
con
cui
è
iniziato
questo
esperimento,
ringrazio
anche
il
Prof.
Costa
e
soprattutto
Franco
Tosi
per
il
materiale
inviatomi.
Avrei
voluto
conservare
e
custodire
gelosamente
i
tre
solitarius
che
mi
hanno
accompagnato
in
questa
avventura,
ma
allo
stesso
tempo
penso
sia
doveroso
da
parte
mia,
restituire
al
mare
almeno
uno
dei
tre
cerianthus
quale
tributo
alle
emozioni
e
alle
conoscenze
che
mi
hanno
reso
in
questi
mesi;
lo
riporterò
proprio
lì
dove
ha
avuto
inizio
quest’esperienza.
Antonello
Cau:
anto.loNOSPAM@tiscali.it
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