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"Cosa hai trovato in lui di tanto bello che io non ho…?" Qualcuno
forse ricorderà questa canzone di qualche anno fa. In termini
più scientifici, un interessante terreno di indagine per etologi
e studiosi di biologia evoluzionistica è proprio l’analisi
dei criteri mediante i quali gli individui di una determinata
specie scelgono il proprio compagno/a per la riproduzione.
Non tragga in inganno l’apparente futilità dell’argomento:
al di sotto della superficiale patina di divertita pruderie
adolescenziale si nasconde una questione di estrema rilevanza
con importanti ricadute non solo nel campo teorico della comprensione
dei meccanismi sottesi all'evoluzione degli organismi viventi,
ma anche nella pratica dell’allevamento e della selezione
di caratteri ereditari di particolare interesse.
In base ad un atteggiamento diffuso nel campo della biologia evoluzionistica
di (malintesa?) ispirazione darwiniana, si ritiene talvolta che l’evoluzione
sia un meccanismo pressoché perfetto, in cui gli eventi selettivi che
si verificano sono i più adatti, se non addirittura gli unici possibili,
per consentire la propagazione delle varie specie. Con un curioso ribaltamento
della questione, partendo da uno studio rigorosamente empirico delle
modificazioni verificatesi nella progenie di organismi in seguito a
condizioni ambientali selettive (come asserito da Darwin), si rischia
di giungere ad una sorta di giustificazione a posteriori del cammino
evolutivo percorso dai diversi organismi, con una impostazione di evidente
natura teleologica e chiaramente anti-darwiniana. In altri termini,
si giunge a ridurre ogni scelta (anche quella del partner) ad una pura
considerazione probabilistica sulla sopravvivenza della progenie, a
cui gli individui si atterrebbero rigorosamente in base ad una legge
di natura impressa nei geni a lettere di fuoco. Sarebbe come dire che
ognuno di noi sceglie il proprio compagno/a esclusivamente in base alle
garanzie da lui/lei fornite sul numero e la sopravvivenza dei figli
che dall’unione verranno generati.
Sebbene considerazioni di questo tipo vengano spesso contrabbandate
per dati definitivi dall’alto di palcoscenici televisivi (si
vedano i vari Super Quark), la ricerca su queste tematiche
procede passo dopo passo. Un recente ed interessante contributo
in proposito, pubblicato sull’autorevole rivista Nature, analizza
il comportamento delle femmine di guppy cercando di esaminare
la relazione tra la scelta del partner ed il "successo evolutivo"
di tale scelta (un riassunto dell’articolo si può trovare
nel sito della rivista, www.nature.com, oppure nel database
del National Centre for Biotechnology Information www.ncbi.nlm.nih.gov/PubMed
fornendo la parola chiave guppy). Contrariamente a quanto
ci si potrebbe aspettare in base alle teorie precedentemente
discusse, i risultati della sperimentazione dimostrano, in
base ad una complessa e convincente elaborazione statistica,
che le femmine di guppy preferiscono i maschi forniti di maggiore
ornamentazione, ma che ciò porta ad una ridotta natalità e
sopravvivenza della prole.
Per il suo studio, l’autore ha utilizzato giovani individui prelevati
da un ruscello australiano (dal suggestivo nome di Alligator Creek)
dove i guppies sono stati introdotti oltre 50 anni fa. I maschi sono
stati catalogati in base all’ornamentazione, prendendo in considerazione
vari parametri tra i quali l’area della pinna caudale, la luminosità
dei colori o l’area di iridescenza. Successivamente i maschi venivano
sistemati in postazioni fisse con un lato trasparente. Il numero dei
tentativi di avvicinamento di una femmina alle diverse postazioni veniva
misurato e messo in grafico in funzione dell’ornamentazione. Certo non
deve essere stato un lavoro semplice: con certosina pazienza, sono state
calcolate le preferenze di circa 300 femmine! La correlazione diretta
tra ornamentazione e numero di approcci risulta abbastanza chiara. Il
passo successivo dell’autore è stato valutare la relazione tra l’ornamentazione
e la progenie, analizzando sia il numero di maschi e di femmine generati
in ogni accoppiamento, sia la sopravvivenza della progenie nel corso
di sei mesi a partire dalla nascita. Il risultato di questi esperimenti
mostra una chiarissima correlazione negativa sia tra l’ornamentazione
del genitore ed il numero di figli maschi giunti a maturità (ovvero,
maggiore l’ornamentazione del padre, minore il numero di figli), sia
tra ornamentazione paterna e numero di figli maschi sopravvissuti dopo
sei mesi dalla nascita. Statisticamente più variabile e meno drammatica
appare, invece, la situazione delle femmine generate dall’unione con
maschi provvisti di lussureggiante ornamentazione.
Le motivazioni genetiche che conducono ad una minore vitalità dei maschi
generati da guppies con ricca ornamentazione non sono molto chiare.
E’ comunque ben noto che la quasi totalità dei geni che determinano
la colorazione e l’ornamentazione dei guppies sono presenti nel cromosoma
Y (il cromosoma presente solo nei maschi). Questi geni potrebbero essere
fisicamente strettamente legati ad altri geni con effetto negativo sulla
capacità di sopravvivenza (e quindi tutti questi geni verrebbero ereditati
insieme in forma di spiacevole "pacchetto"), oppure gli stessi geni
responsabili della colorazione potrebbero avere un "effetto collaterale"
(in termine tecnico "pleiotropico") che si esplicherebbe in una minore
vitalità. E’ interessante notare che i maschi che ereditano l’ornamentazione
dai padri sono a loro volta in grado di attrarre maggiormente le femmine.
L’autore si domanda però se questo sia sufficiente a "giustificare"
in termini di successo evolutivo la preferenza delle femmine per maschi
che offrono minori garanzie di sopravvivenza della progenie, soprattutto
se si considera che in tempi lunghi la costante riduzione del numero
dei discendenti potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla sopravvivenza
stessa della specie.
Fin qui l’articolo. Il dubbio che rimane al recensore è che ci sia
forse un errore di fondo: i guppies maschi, come è noto, sono quelli
che prendono l’iniziativa (talvolta con fin troppa insistenza) nel corteggiamento
e nell’accoppiamento. Non è pertanto possibile escludere che in ambiente
naturale, malgrado le preferenze delle femmine, vi possa essere un meccanismo
di bilanciamento della vitalità della progenie dovuto al fatto che maschi
con minore ornamentazione siano più intraprendenti e quindi generino
un maggior numero di figli. E se qualcuno dei soci dell’Italian Guppy
Club fosse interessato a condurre una ricerca seria in tal senso, chissà…
ci potrebbe essere un giorno una bella pubblicazione su Nature!
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