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8 Febbraio 2012
 
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    Acquariofilia e animalismo (due mondi che possono coesistere) di Alessandro Cellerino     Segnala l'articolo ad un amico     Stampa questa pagina    


L’allevamento di pesci in acquario, così come l’allevamento di qualunque animale in casa, pone alcune questioni di carattere etico.
E’ accettabile mantenere il cattività degli esseri viventi a solo scopo ornamentale?
A questo proposito occorre prima di tutto distinguere tra animali nati in cattività ed animali catturati in natura. Le considerazioni che seguono si riferiscono esclusivamente ai pesci nati in cattività, riservando ad altra sede la discussione sull’allevamento di pesci catturati in natura. Va comunque fatto notare che la stragrande maggioranza dei pesci tropicali d’acqua dolce che si trovano in commercio sono nati in cattività. Poniamoci delle domande:

1) I pesci d’acquario sono animali domestici?

Molti dei pesci che vengono normalmente allevati in acquario sono stai allevati in cattività per molte generazioni. Cosa succede ai pesci che vengono allevati in un ambiente artificiale?

Impianto professionale di stabulazione. Foto archivio AP.

La pressione evolutiva alla quale sono soggetti in natura non ha più luogo e cambia la distribuzione della varietà genetica all’interno di una popolazione. Si accumulano mutazioni “neutre” ovvero mutazioni che in quel particolare ambiente (acquario) non hanno alcun effetto sulla sopravvivenza e la fertilità. Un pesce in media genera qualche centinaio di avannotti per volta, in natura questi muoiono tutti tranne forse un paio (altrimenti la popolazione esploderebbe): la selezione è severissima.

In ambiente artificiale di 100 avannotti almeno una 30ina sopravvivono, quindi la selezione è molto ridotta. Siccome le generazioni si susseguono a ritmo rapidissimo, bastano pochi anni per stravolgere geneticamente una specie. Ma questo non è tutto, i pesci tropicali allevati in cattività sviluppano quasi sempre una maggiore tolleranza per acque dure ed alcaline -per intenderci l’acqua che esce dai nostri rubinetti- completamente diverse da quelle tenere ed acide dei loro luoghi d’origine in Sud America, Asia ed Africa Occidentale. Questo è un evidentissimo effetto della selezione dovuta alla sopravvivenza generazione dopo generazione degli individui che meglio si sono adattati alle nuove condizioni.
I pesci allevati in cattività non sono più adatti alla vita selvaggia, esattamente come non lo siamo più noi. Hanno caratteristiche genetiche che sono state selezionate per adattarsi a quello che è l’ambiente nel quale sono stati cresciuti per generazioni e generazioni: l’acquario. Questi pesci non sono fatti per vivere nei fiumi o nei laghi, ma sono fatti, nel senso letterale del termine, per vivere in acquario. Sono, a tutti gli effetti, animali domestici.

2) I pesci soffrono a vivere in acquario?

Vedere un animale rinchiuso in una gabbia, un terrario o un acquario, fa sorgere immediata la seguente domanda: quest’animale soffre per essere costretto a vivere in cattività? I pesci soffrono sicuramente se le condizioni offerte in acquario non sono adatte alle loro esigenze vitali (sovraffollamento, alimentazione sbagliata, acqua dalle caratteristiche non appropriate, specie male assortite, stress dovuto a mancanza di nascondigli). Ogni acquariofilo deve sempre documentarsi sulle esigenze dei pesci che intende allevare e rinunciare all’allevamento di una particolare specie se non è in grado di offrire una vasca adeguata o se questa non è compatibile con i pesci già presenti in vasca. Se le condizioni sono ottimali i pesci sicuramente non soffrono fisicamente.
I pesci soffrono allora psicologicamente?
Nessuno di noi è nella testa di un pesce, ma in base ai dati che la scienza fornisce, bisogna concludere che i pesci mancano completamente delle strutture cerebrali che organizzano le emozioni negli animali superiori. I pesci non sono scimmie, cani o pappagalli: mancano completamente della corteccia cerebrale e tutte le loro emozioni (se si possono chiamare così riflessi di fuga, eccitazione sessuale e comportamenti antagonistici) sono generate dall’ipotalamo, una delle strutture arcaiche del cervello.

I pesci, pur presentando forma di apprendimento, non hanno coscienza e memoria contestuale nel senso in cui la intendiamo noi. Quindi bisogna concludere che un pesce sazio, privo di stress, e che si trovi in un’acqua consona alle sue esigenze e con spazio a sufficienza è sicuramente un pesce che non soffre.

Alessandro Cellerino Ricercatore di Neurobiologia, Scuola Normale Superiore, Pisa. 

 

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