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Si è già affermato che è grazie
alla fotosintesi clorofilliana che l'energia solare viene
intrappolata entro gli ecosistemi, e che è grazie ad
essa che tutti gli organismi di un ambiente possono vivere
e riprodursi; è giunto ora il momento di vedere come
si verifica in realtà questo fenomeno.

Pigmenti fotosintetici
La fotosintesi si verifica nei cloroplasti, il cui colore
dipende dalla pre-senza della clorofilla, che è la
molecola chiave di tutto il processo.La clorofilla è
costituita da quattro anelli tetrapirrolici uniti fra loro;
nel centro è presente un atomo di magnesio. Ad uno
degli anelli è associata una molecola di fitolo, un
idrocarburo a lunga catena che ha lo scopo di ancorare la
clorofilla alla membrana interna dei cloroplasti.
Esistono vari tipi di clorofilla, che differiscono l'una dall'altra
per la natura di alcuni gruppi legati in una parte dell'anello;
è in base al tipo di clorofilla posseduta che gli esseri
autotrofi vengono classificati in gruppi omogenei ed affini
dal punto di vista evolutivo. Oltre alla clorofilla nel processo
fotosintetico sono impegnati anche altri pigmenti, quali i
carotenoidi, di colore giallo, arancio o rosso, le xantofille,
gialle, e le ficobiline, blu e rosse, PROVA 12.2. Tutti questi
pigmenti svolgono una funzione accessoria e di aiuto nei confronti
della clorofilla, e molto spesso sono così numerosi
da mascherare il tipico colore verde della clorofilla. I vari
pigmenti si associano in complessi multimolecolari formati
da al-meno 3007 molecole di vario tipo, che hanno lo scopo
di assorbire la maggior quantità possibile di luce
solare, e di trasferirla ad un'unica molecola di clorofilla
a, detta centro di reazione. Solo la clorofilla a, è
infatti in grado di utilizzare l'energia correttamente. I
complessi di pigmenti si trovano immersi nello spessore della
membrana dei filacoidi in corrispondenza dei grana, ed ad
essi sono associate delle mole-cole di varia natura che costituiscono
una catena fotosintetica di trasporto degli elettroni. A questo
insieme viene dato il nome di fotosistema, ed è stato
evidenziato come nelle piante superiori siano presenti due
fotosistemi, denominati fotosistema I e fotosistema II. I
due fotosistemi differiscono per il tipo di clorofilla presente
nel centro di reazione: il fotosistema I possiede infatti
una molecola di clorofilla detta P700, in quanto assorbe prevalentemente
la luce di 700 nm di lunghezza d'onda, mentre il fotosistema
Il è caratterizzato dalla clorofilla P680, che assorbe
prevalentemente alla lunghezza d'onda di 680 nm. In questo
modo i due fotosistemi non competono fra loro per l'assorbimento
della luce solare. Utilizzando particolari tecniche di osservazione
al microscopio elettronico, nella membrana dei tilacoidi è
stata evidenziata la presenza di diverse migliaia di tali
complessi: la superficie della membrana appare in-fatti coperta
da una fitta granulazione corrispondente ai singoli fotosistemi.
Fase luminosa
La luce viene considerata un'onda elettromagnetica che si
propaga nello spazio trascinandosi dietro una certa quantità
di energia. Le onde lumi-nose si differenziano in base sia
alla loro lunghezza d'onda, espressa in nm, sia al loro contenuto
energetico che risulta inversamente proprozionale ad essa:
tanto maggiore è la lunghezza d'onda, tanto minore
sarà la quantità di energia che l'onda è
in grado di trasmettere. Quando un'onda luminosa colpisce
un corpo gli cede l'energia che essa trasporta; tale energia
viene assorbita dalla struttura molecolare del corpo, che
subirà quindi delle modificazioni più o meno
evidenti. La quantità di energia associata ad un'onda
viene normalmente definita fotone e sta ad indicare, da una
parte, che essa ha un valore costante, di-pendente dalla lunghezza
dell'onda, e dall'altra, che l'onda stessa può trasmettere
solo quantità ben definite di energia. Il fotone viene
solita-mente ad interagire con gli elettroni impegnati nella
formazione dei doppi legami presenti nelle molecole dei pigmenti;
questi elettroni, infatti, sono trattenuti più debolmente
e possono più facilmente quindi essere eccitati e passare
ad un livello superiore. I vari pigmenti presenti in ciascun
fotosistema assorbono tutte le lunghezze d'onda presenti nella
luce che incide sui cloroplasti e poi trasferiscono l'energia
così assorbita alla clorofilla presente nel centro
di rea-zione. I pigmenti si comportano in pratica come una
specie di "antenna" che serve a catturare tutte
le possibili lunghezze d'onda e a convogliarle verso l'unica
molecola che è in grado di trasformare tale eccitazione
degli elettroni in processo chimico.
Quando un fotone colpisce il fotosistema H, il primo a venir
attivitato, la molecola di P680 viene a perdere un elettrone
che compie un notevole salto energetico, tale da allontanarlo
dalla molecola e da farlo catturare da una molecola accettrice
di elettroni che si trova associata al fotosistema.
Questo accettore ha un'affinità chimica talmente elevata
per l'elettrone che la molecola di clorofilla non può
più riaverlo indietro, e per tornare al suo stato normale
deve cercare di sottrarre un elettrone ad un’altra molecola.
Una volta che la clorofilla ha ceduto il suo elettrone, deve
trovare una molecola con un potenziale più basso del
suo. Nella cellula è l'acqua, composto molto abbondante,
la molecola più adatta a questo scopo. Come esattamente
avvenga la sottrazione di questi elettroni non è ancora
chiaro, e vengono proposti meccanismi molto complessi, quel
che interessa però è che la clorofilla riesce
in qualche modo a sottrarre questi elettroni all'acqua, trasformandola
secondo la reazione:
2H20 ~ 4H+ + 4 e- + O
Come si vede, oltre agli elettroni si forma anche una molecola
di ossigeno, che non serve alla pianta e che quindi viene
allontanata come pro-dotto indesiderato. I viventi hanno poi
imparato ad utilizzare molto bene questo rifiuto de-la fotosintesi!
È logico suppone che tale reazione possa completarsi
solo quando due molecole di P680 sono state eccitate, dato
che due sono gli elettroni che si liberano da una molecola
di H20. La clorofilla a questo punto è pronta a riprendere
le sue funzioni e ad eccitarsi nuovamente all'arrivo di altri
fotoni. In definitiva i fotoni non servono ad altro che ad
eccitare gli elettroni della clorofilla e a portarli verso
un potenziale più negativo: in questo salto energetico
avviene la trasformazione dell'energia luminosa in energia
chimica. L'elettrone è ora associato con l'accettore
primario, una molecola con un potenziale più negativo
di molte altre a lui vicine nel fotosistema e passerà
ad un'altra molecola che sarà poi costretta a cederla
ad un'altra ancora e così via, in una serie continua
di reazioni di riduzione e di ossidazione, fino a che l'elettrone
verrà catturato dalla molecola di clorofilla P700 del
fotosistema I. Durante questo passaggio dell'elettrone lungo
la catena di trasporto pre-sente entro la membrana del tilacoide,
ioni H+ presenti all'esterno del grana vengono pompati dentro,
per poter bilanciare le cariche in movimento. In questo modo,
tenendo anche conto che i protoni liberati dalla fotolisi
dell'acqua sono rimasti nel comparto interno del grana, si
viene creando quel gradiente chemiosmotico che è responsabile
della sintesi di ATP. Infatti per ogni elettrone che fluisce
entro la catena di trasporto uno ione H+ entra nello stroma
del grana, e quindi per ogni molecola di acqua che viene ossidata
entrano due protoni. Questi, sommandosi ai due liberati direttamente
dall'acqua stessa danno quattro ioni H+, i quali fluiscono
attraverso il canale dell'enzima ATPasi e permettono la sintesi
di due ATP. Quando l'elettrone giunge al fotosistema I, l'arrivo
di un fotone riesce a rieccitarlo al punto da trasferirlo
ad un altro accettore a potenziale ancor più negativo.
Anche qui l'eccitazione può avvenire solo grazie all'intervento
del centro di reazione del fotosistema I e delle molecole
antenna ad esso associate.
L'accettore ridotto tende a passare l'elettrone ad un'altra
molecola trasportatrice a potenziale maggiore, la quale a
sua volta la passerà ad altre molecole, fino a che
l'elettrone verrà catturato da una molecola di NADP+
(NAD-fosfato). Questo ultimo catturerà anche un protone
dallo stroma, riducendosi parzialmente e bloccando l'elettrone,
che non potrà più sfuggire. In definitiva l'elettrone
sarà fluito lungo i due fotosistemi e lungo le due
catene di trasportatori ad essi associati, per fermarsi a
livello di questa molecola, il cui potenziale di ossidoriduzione
è molto più basso rispetto a quello che l'elettrone
possedeva in partenza. (La riduzione di una molecola di NADP+
richiede in realtà la cattura di due elettroni e di
uno ione H+). Il NADPH è quindi un accumulatore di
energia ed anche un comodo trasportatore. L'energia che esso
possiede è in effetti solo una parte di quel-la contenuta
nei due fotoni che hanno attivato le molecole di clorofilla,
poiché l'altra parte è stata utilizzata per
produrre una molecola di ATP. Si può affermare che
l'energia luminosa è servita per portare un elettrone
ad un potenziale di ossidoriduzione più basso del normale,
contro la sua naturale tendenza. In questo modo si è
verificato un accumulo di energia chimica potenziale che potrà
poi essere sfruttata dalla cellula per le sue necessità.
Riassumendo, grazie all'intervento di quattro fotoni si sono
venute a formare due molecole di ATP e una di NADPH per ogni
due elettroni trasportati. Siccome una molecola di acqua libera
due elettroni, e dal momento che, per formare una molecola
di ossigeno, necessitano due molecole di acqua, il bilancio
finale del processo sarà: 8 fotoni +2 H2O+2 NADP++4
ADP+ 4P i — 4ATP+ 2NADPH+ 0,+ H+
Affinché si verifichino questi fenomeni è necessario
l'intervento della luce, tale fase viene detta fase luminosa
della fotosintesi, per distinguer-la dalla fase successiva,
per la quale la presenza di luce non è indispensabile
e che sarà detta fase oscura.
Fase oscura
La fase oscura della fotosintesi inizia quando nello stroma
del cloroplasto si è accumulata una quantità
sufficiente di ATP e di NADPH da per-mettere l'avvio della
sintesi del glucosio, perciò inizia un po' in ritardo
rispetto alla fase luminosa, anche se poi si verifica contemporaneamente
ad essa.
Tale fase proseguirà fintanto che ATP e NADPH saranno
disponibili, e quindi anche oltre la fine della fase luminosa.
Il potere riducente accumulato nella molecola del NADPH viene
ora utilizzato per ridurre chimicamente la molecola della
CO,, che la pianta as-sorbe dal proprio ambiente, ossia dall'acqua
per le piante acquatiche, o dall' aria per quelle terrestri.
Tale processo avviene secondo una serie complessa di reazioni
chimiche che prendono il nome di ciclo di Calvin, dallo scienziato
che per primo riuscì a definirne i passaggi. Come si
sa la reazione globale della foto-sintesi è: energia
solare 6CO,+6H20 >C6H1206+602
Da questa reazione si deduce che sei molecole di CO, devono
essere ridotte per ottenere una molecola di glucosio. In realtà
la riduzione della CO, avviene interessando una molecola per
volta e quindi per ottenere il glucosio è necessario
che il ciclo di Calvin si ripeta sei volte; per comodità
comunque è meglio descrivere cosa succede ad una singola
molecola di anidride carbonica. Entro lo stroma del cloroplasto
agisce tutta una serie di enzimi interessa-ti alla fase oscura;
il primo di questi si occupa di legare chimicamente la molecola
di CO2 con una molecola di un composto normalmente presente
in grandi quantità: il ribulosio-1-5-difosfato. L'aggiunta
della CO2 rende la molecola molto instabile e dà il
via ad una serie di trasformazioni che originano molecole
più stabili dal punto di vista chimico. Dapprima la
molecola si scinde in due più piccole a tre atomi di
carbonio, il 3-fosfoglicerato, le quali vengono poi ridotte
con consumo di ATP, utilizzando il NADPH proveniente dalla
fase luminosa. Si originano così due molecole di 3-fosfo-gliceraldeide
(3-PGA), un composto che può subire diversi destini,
compreso quello di servire per la sintesi del glucosio. Bisogna
tener presente che i prodotti terminali della fotosintesi
non sono soltanto i carboidrati, come si pensava in passato
e come si deduce dalla formula generale del processo, ma essi
includono anche grassi ed aminoacidi, oltre ad altri tipi
di composti organici, che possono tutti essere ottenuti da
semplice modificazione enzimatica della 3-fosfo-gliceraldei-
de. Durante la normale attività fotosintetica comunque,
la maggior parte della GAL-3-P viene trasformata in glucosio,
dato che esso rappresenta la miglior molecola in grado di
essere accumulata senza grossi problemi. Si è accennato
all'inizio della descrizione della fase oscura, che per sintetizzare
una molecola di glucosio sono necessarie 6 molecole di CO2,
ciò equivale a dire che si formeranno 12 molecole di
GAL-3-P, Prova6.9. Solo due di esse sono utilizzate per formare
il glucosio, le altre 10 verranno invece ricombinate chimicamente
per ricostituire le 6 molecole di ribulosio-1-5-difosfato
che hanno dato inizio al processo, tramite il consumo di 6
molecole di ATP: in tal modo il ciclo viene chiuso. La descrizione
qui fatta del ciclo di Calvin in realtà è estremamente
semplificata, infatti esso comporta almeno dodici reazioni
chimiche ben distinte, ognuna catalizzata da un ben preciso
enzima.
Riassumendo, per ogni molecola di CO2 che entra nel ciclo
sono necessari 3 ATP (1 per ripristinare il ribulosio-1-5-difosfato
e uno per ciascuna delle due molecole di 3-PGA) e due NADPH
(uno per ciascuna molecola di 3-PGA), per cui complessivamente
per produrre una molecola di glucosio sono necessari 18 ATP
e 12 NADPH. La reazione complessiva della fase oscura sarà
quindi:
6CO2+ 18 ATP+ 12NADPH + 12H+---> >C6H12O6+18ADP+18Pí+12NADP+
Il glucosio viene immagazzinato entro il cloroplasto e si
forma così l'amido primario. Durante la notte la reazione
oscura termina e l'amido primario viene pian piano demolito
e trasferito attraverso i sistemi conduttori della pianta
nelle parti in cui verrà utilizzato, oppure conservato
in maniera più duratura, come ad esempio nelle radici.
II ciclo di Calvin viene anche chiamato ciclo C3 si vedrà
nel capitolo riguardante la foglia che alcune piante hanno
evoluto degli adattamenti fotosintetici del tutto particolari,
per cui si parlerà anche del ciclo C4 e del metabolismo
CAM.
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